Vittorio Occorsio, che ha dato la vita per servire lo Stato

Vittorio occorsio

Il 6 marzo 2002, il Procuratore della Repubblica di Roma Salvatore Veccchione mi delegò a trattare le indagini sull’omicidio di Roberto Calvi.

Cominciai così a frequentare lo spazioso ufficio al quale si accedeva da via Triboniano, n. 3, che custodiva il monumentale fascicolo, riposto in una libreria che copriva integralmente le due grandi pareti.

Su un tavolo posto sull’angolo in fondo, a ridosso della grande finestra, era riposta – a fianco dei volumi rilegati che contenevano gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 – la requisitoria del novembre 1973 predisposta dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio nel processo nei confronti dei dirigenti del movimento di estrema destra, denominato Ordine Nuovo. La lessi con interesse, acquisii le sentenze di quel processo, approfondendo le azioni criminose di cui gli appartenenti ai gruppi fascisti si erano resi protagonisti.

Imparai a conoscere la figura professionale di quel magistrato, assassinato dal capo militare di Ordine Nuovo, iscritto alla loggia massonica Camea, Pierluigi Concutelli, con trentadue colpi di un mitra Ingram M.A.C.M. 10 (di fabbricazione americana, proveniente dalla polizia spagnola).

L’uccise la mattina del 10 luglio 1976, all’incrocio tra via Mogadiscio e via Giuba, nel quartiere Trieste, a Roma, a poche decine di metri da casa sua, mentre si recava in ufficio con la sua auto, una Fiat 125 special, quando da poco gli era stata tolta la scorta. La sentenza della Corte di Cassazione del 6 marzo del 1980 lo ha condannato in via definitiva all’ergastolo, assieme al complice e coesecutore materiale Gianfranco Ferro (condannato a ventiquattro anni di reclusione), rigettando i ricorsi proposti avverso la pronuncia della Corte di Assise d’appello di Firenze del 12 dicembre 1978.

Pochi giorni prima Occorsio aveva interrogato Licio Gelli. Nell’auto di Occorsio fu rinvenuta la rivendicazione dell’agguato firmata da Ordine Nuovo. Veniva accusato di “avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi erano portatori”.

Fu ucciso a causa del suo impegno investigativo che aveva portato allo scioglimento di Ordine Nuovo. Poco prima di morire, stava indagando sui legami tra eversione nera, criminalità organizzata (la “banda dei marsigliesi”) e ambienti massonici deviati.

Punto di svolta delle indagini fu la testimonianza di un giovane con la passione per le moto che aveva dichiarato agli inquirenti di aver notato la presenza, nei giorni precedenti al delitto, di una moto Guzzi 750 rossa parcheggiata sempre nello stesso punto di via Mogadiscio.

Si risalì al militante di Ordine Nuovo Gianfranco Ferro, il quale fino al 30 luglio 1976 aveva posseduto una moto Guzzi 750 rossa. Assieme a Concutelli, aveva usufruito, sino al giugno del 1976, di un appartamento in via Clemente X frettolosamente abbandonato. Nell’interrogatorio del 26 ottobre Ferro ammise di aver procurato l’appartamento a Concutelli, appena rientrato dalla Spagna, per organizzare un delitto.

Concutelli venne arrestato il 13 febbraio 1977 in un appartamento di via dei Foraggi. Nel suo covo venivano rinvenuti un ingente quantitativo di esplosivo, armi da guerra e comuni, munizioni, diverse banconote (più di 10 milioni di lire) provenienti dal sequestro di Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, rapita da Renato (Renè) Vallanzasca sodale di uno dei capi del clan dei marsigliesi, Albert Bergamelli, che fu anche testimone delle nozze dello stesso Renè celebrate in carcere nel 1979.

Un lunghissimo iter processuale, frutto di due diversi procedimenti, ebbe a oggetto la posizione di altri neofascisti accusati di essere i mandanti dell’omicidio, che, dopo alterne pronunce, furono assolti.

Sono passati cinquant’anni da quell’omicidio cruento, maturato negli anni di piombo, nel contesto della strategia della tensione e di attacchi eversivi contro le istituzioni (trentadue giorni prima fu ucciso il Procuratore Generale Francesco Coco, due anni dopo, il 23 giugno 1980, fu assassinato il sostituto procuratore Mario Amato, da due esponenti dei Nar per aver portato avanti in solitudine le inchieste sul terrorismo di estrema destra lasciate incompiute da Occorsio).

Ricordare quanto è accaduto il 10 luglio 1976 è un doveroso tributo alla memoria di un servitore dello Stato e al dolore dei suoi cari, ma è utile in questi tempi, nei quali i magistrati che sono vivi vengono sistematicamente demonizzati e delegittimati in ogni modo.

Luca Tescaroli è Procuratore della Repubblica di Prato

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