* Pubblichiamo il testo dell’intervento reso lo scorso 13 maggio presso il Senato della Repubblica (Sala Caduti di Nassiriya), in occasione della presentazione del libro “Io sono nessuno” che racconta la storia del testimone di giustizia Piero Nava.
Desidero innanzitutto rivolgere un cordiale saluto a tutte le autorità presenti ed agli intervenuti ed un sentito ringraziamento agli organizzatori di questo incontro per avermi invitato, in particolare alla senatrice Enza Rando.
Per me è sempre un onore prendere la parola per ricordare la nobile figura di Rosario Livatino ed oggi anche quella di Piero Nava che in questo libro, dal titolo molto eloquente, ci ha raccontato il prezzo esistenziale altissimo pagato in nome della legalità e della verità.
Sento però di dover dire, soprattutto a Piero Nava che mi sta ascoltando, che non si è mai verificato che nel corso di miei numerosi interventi per commemorare Rosario Livatino, soprattutto nelle scuole, io non abbia contestualmente ricordato lo straordinario contributo fornito alle indagini da Piero Nava e non abbia espresso la mia gratitudine ad un uomo che è espressione del “coraggio di una scelta”.
Ho diretto le indagini e sostenuto l’accusa nel giudizio di primo di grado; per questo oggi ho l’onore di presentare questo libro di straordinaria intensità emotiva, scritto da chi, dimostrando altissimo senso civico e coraggio, si recò subito alla Questura di Agrigento per riferire quello che aveva visto e descrivere la scena di quell’uomo con la camicia azzurra inseguito da un giovane killer, colto con la pistola in pugno nell’atto di scavalcare il guard-rail che delimitava una scarpata.
In quella scarpata, in cui Rosario cercò invano una disperata via di fuga, quel giorno, il 21 settembre 1990, quale sostituto in servizio presso la procura della Repubblica di Caltanissetta, dovetti scendere e sollevare con la mano tremante il lenzuolo che pietosamente copriva il volto di Rosario.
Per questo ho sempre ricordato e ringraziato quest’uomo perchè grazie alla sua coraggiosa testimonianza ed al riconoscimento, reiterato in sede di formale ricognizione di persona in sede di incidente probatorio, ha consentito la condanna degli esecutori materiali, sconvolgendo in tal modo la sua privata perché costretto a vivere con altre generalità all’estero con tutta la sua famiglia.
Ma lo voglio ringraziare, anche in questa sede, perché più volte nel corso di toccanti colloqui telefonici nel corso di commemorazioni di Rosario Livatino, alla mia domanda se trovandosi nella stessa situazione avrebbe tenuto lo stesso comportamento collaborativo, senza alcuna esitazione ha sempre risposto: certo che lo rifarei, perché non potrei guardare negli occhi i miei figli.
Per l’enorme valore pedagogico del messaggio che Piero Nava ha voluto trasmetterci ricordo sempre quelle parole ai giovani studenti delle scuole in cui vado spesso a parlare di legalità. Nella copertina interna di uno dei libri che mi sono più cari e che custodisco nella mia libreria, “Apologia di Socrate” di Platone (ed. Bompiani, a cura di Giovanni Reale), è riportata una profonda riflessione del grande scrittore e filosofo Albert Camus: Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che cambi in esempio”.
Ho sempre pensato che questa riflessione esprima paradigmaticamente il valore della coerenza e si attagli perfettamente alla personalità di questi due uomini che forse un “disegno superiore” ha voluto che si incontrassero sulla SV 640 Agrigento Caltanissetta.
Il primo, Rosario Livatino, per la sua straordinaria coerenza, tanto nella vita privata come in quella pubblica, tra i valori e i principi nei quali credeva ed il concreto modo di interpretare sia il suo ruolo istituzionale, sia la normale quotidianità di una vita vissuta cristianamente.
Per questo ho richiamato il pensiero di Albert Camus sulla esigenza di coerenza perché Livatino, in quanto credibile, con il suo esempio può dare un contributo per un mondo migliore.
L’altro, Piero Nava, che con la sua tenacia e la sua coerenza, non solo ha mai ceduto di fronte alle sfide ed alle rinunce che la sua condizione di testimone di giustizia hanno comportato per la sua vita personale e familiare, alla tentazione, umanamente comprensibile, di ritrattare o di trincerarsi dietro strategiche amnesie per sottrarsi al pericolo di vendette e ritorsioni. Per questo ritengo che tanto Rosario Livatino quanto Piero Nava, per la coerenza che ne ha contraddistinto la vita professionale e privata, costituiscano un esempio per le generazioni future e che con il loro esempio contribuiranno a cambiare non solo la mia Sicilia ma anche il nostro Paese.
Il tempo assegnato agli interventi programmati non mi consente di esprimere compiutamente i sentimenti e i pensieri che albergano nel mio animo.
Pertanto mi limiterò, forse in maniera disorganica, ad una breve testimonianza di due episodi significativi e ad una riflessione finale.
1) La prima testimonianza riguarda un momento centrale e decisivo delle indagini quando nel corso della notte tra il 5 ed il 6 ottobre 1990, Pace Domenico ed Amico Paolo, frattanto individuati nella città di Leverkusen grazie al sequestro di una raccomandata diretta a quest’ultimo presso un italiano che gestiva un ristorante, vengono condotti per accertamenti alla Questura di Colonia ove alle 24,00 giungeva anche il teste Piero Nava.
Nel corso di quella notte ricevetti la telefonata di quello che poi sarebbe diventato capo della Polizia il dr. Gianni De Gennaro il quale mi informava che il teste Nava, guadando attraverso uno spiraglio di una porta socchiusa, direi sbirciando, aveva riconosciuto senza ombra di dubbio il Pace profferendo la frase che non dimenticherò mai “se non è lui è un sosia”.
Pace era il killer che aveva inseguito Rosario nella scarpata in cui aveva cercato un disperato tentativo di fuga.
In quello stesso contesto guardando l’Amico, riconobbe in lui per la struttura fisica il giovane con il casco che era rimasto accanto alla moto ed alla macchina di Rosario Livatino.
Con il dr. De Gennaro concordammo di richiedere al procuratore competente il fermo a fini estradizionali.
Quello stesso teste nel carcere di Sollicciano dimostrando altissimo senso civico e coraggio avrebbe poi riconosciuto entrambi in sede di formale ricognizione.
2) Seconda testimonianza; Canicattì, sala cinema cinematografica, dove nel corso di un toccante colloquio telefonico con Nava dalla località segreta estera alla mia domanda se trovandosi nella stessa situazione avrebbe tenuto lo stesso comportamento collaborativo, senza alcuna esitazione mi rispose: certo che lo rifarei !!!!!
Il messaggio pedagogico che ci trasmette il comportamento di Piero Nava e la reiterata affermazione che malgrado il prezzo altissimo pagato nel corso di questi 30 anni lo rifarebbe senza esitazione deve essere veicolato alle giovani generazioni attraverso la testimonianza dei protagonisti di una certa stagione.
Per queste ragioni ho sempre considerato la presenza dei magistrati nelle scuole, per diffondere con la propria testimonianza la cultura della legalità, una vera e propria forma di “militanza politica” in difesa della dimensione etica della legalità.
E l’importanza di questa presenza fu colta per primo da Rocco Chinnici e poi da Paolo Borsellino che non a caso sosteneva che “Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente mafia svanirà come un incubo
Alla base di questo impegno morale e sociale v’è il profondo convincimento, sempre più maturato nel corso degli anni, che sia ormai acquisita alla coscienza collettiva la consapevolezza che la risposta giudiziaria non costituisce una soluzione taumaturgica del problema della criminalità organizzata, ma occorre altro e cioè una crescita culturale e politica complessiva della società civile e delle istituzioni che va perseguita e costruita quotidianamente anche attraverso le numerose iniziative che le scuole promuovono per sollecitare una riflessione collettiva con gli studenti che si affacciano alla maggiore età su temi di grande attualità, quali la legalità e la democrazia in una terra come la Sicilia che presenta, al pari della Calabria, dove ho lavorato per oltre dieci anni, il problema gravissimo di una forte presenza della criminalità organizzata e di una illegalità diffusa.
In questa prospettiva di crescita della società civile desidero sottolineare l’importanza della “memoria” per dissentire dall’opinione di chi ritiene che le commemorazioni di stragi ed in genere di donne ed uomini delle istituzioni, e non solo (penso a sacerdoti come don Pino Puglisi, imprenditori come Libero Grassi, giornalisti come Giuseppe Fava), vittime di attentati mafiosi, si risolvono in una sterile forma di retorica senza alcuna utilità pratica se non quella di costituire una passerella per uomini politici o altri uomini delle istituzioni.
Voglio qui ribadire che la “memoria” non deve essere solo un momento rievocativo o commemorativo ma un modo per riscattare storicamente e moralmente quel processo di rimozione collettiva del fenomeno mafioso, ma anche di altri fenomeni, come la shoah, che ci rende tutti colpevoli.
La memoria serve soprattutto a respingere tutti i tentativi di “negazionismo” e a favorire, per contro, un autentico processo di conoscenza di certi fenomeni che deve diventare a sua volta coscienza critica per contrastare quotidianamente, soprattutto culturalmente, il fenomeno mafioso.
Sono profondamente convinto che la scuola sia l’unico laboratorio culturale che può concretamente promuovere la ricostruzione, la conservazione e la promozione di questa memoria collettiva; che possa favorire in ciascuno di noi la scelta irreversibile in favore di valori e principi in nome dei quali tanti servitori dello Stato e cittadini comuni hanno sacrificato la loro vita e, quindi, la consapevolezza di poter contribuire, ciascuno con il proprio quotidiano impegno in difesa della legalità, alla costruzione di una nuova etica collettiva e di una nuova etica pubblica.
La scuola è l’unico laboratorio culturale che può spezzare la logica di quel circuito perverso fondato sull’etica dell’ordine e dell’obbedienza acritica, che impera all’interno della famiglia mafiosa e che perpetua il modello culturale della sottomissione delle mogli e dei figli al capo famiglia, segnandone ineluttabilmente le scelte di vita e quindi il futuro.
All’etica dell’ordine e dell’obbedienza dobbiamo saper opporre l’etica del discorso e della responsabilità.
Ai giovani studenti presenti desidero rivolgere, ancora una volta, l’augurio e l’invito a vivere da uomini liberi, ma con la consapevolezza che solo la legalità assicura la libertà – come ammoniva Piero Calamandrei – e quindi la democrazia, la quale si conquista e si difende, giorno per giorno, anche attraverso una diffusa e costante intransigenza morale nei confronti del potere: solo la pratica di questa intransigenza potrà promuovere la consapevolezza in ciascun cittadino dei propri diritti e dei propri doveri, ma anche il rifiuto dei privilegi.
Quando sollevai quel lenzuolo, mentre mi tremava la mano, pensai: qui giace il corpo di un grande magistrato e di un grande uomo, un uomo giusto.
La sua beatificazione è il doveroso riconoscimento ad un uomo di profonda fede che ha onorato la toga con grande professionalità, indipendenza ed autonomia ma, soprattutto, con profonda umanità.



