Nel Nordest, e in particolare in Veneto, la presenza mafiosa non si manifesta quasi mai con gli indicatori che per anni hanno guidato l’immaginario pubblico: non c’è per forza controllo del territorio, non ci sono sempre gerarchie rigide, non c’è quasi mai la violenza plateale che rende un fenomeno immediatamente riconoscibile come criminale.
Al contrario, ciò che emerge dalle indagini e dalle inchieste degli ultimi anni è una parziale sovrapposizione tra comportamenti tipici di impresa e condotte riconducibili alle mafie: bancarotte fraudolente, truffe, riciclaggio, violazioni fiscali, false fatturazioni, traffico illecito di rifiuti. È un terreno grigio, tutt’altro che esotico, che appartiene alla normalità economica di vaste aree del territorio.
I settori coinvolti sono quelli tradizionali: edilizia, movimentazione terra, rifiuti, logistica, agricoltura. Qui le mafie incontrano professionisti e intermediari che non hanno bisogno di essere reclutati, perché offrono già sul mercato servizi illegali consolidati: gestione di crediti deteriorati, truffe organizzate, evasione fiscale, smaltimenti abusivi, costruzioni societarie utili a svuotare patrimoni prima di un fallimento pilotato. In questi cartelli collusivi, spesso complessi e composti da attori locali, le mafie non sempre occupano il ruolo centrale: talvolta svolgono funzioni ausiliarie, integrando capacità specifiche — dal recupero crediti alla gestione della manodopera irregolare — dentro sistemi che hanno radici profonde nei territori.
Questa realtà pone una domanda fondamentale: chi è chiamato a riconoscere questi fenomeni e con quale finalità dovrebbe farlo? Il riconoscimento non è un atto neutro, perché la conoscenza non è mai neutrale. Ogni processo di conoscenza nasce da uno scopo, si orienta dentro un contesto preciso, risponde a un’urgenza concreta e riflette inevitabilmente la posizione di chi osserva. Per un giornalista, questo significa una scelta preliminare: vogliamo trovare la mafia come soggetto autonomo oppure comprendere ciò che il fenomeno mafioso ci rivela sui territori? Vogliamo cercare l’organizzazione criminale o leggere la realtà sociale in cui quell’organizzazione trova spazio?
La differenza è cruciale, perché noi non siamo né magistratura né polizia. Non ci compete stilare identikit criminali né ricostruire responsabilità penali. Di fronte a una bancarotta fraudolenta, la domanda più interessante non è tanto chi ha compiuto l’azione, quanto che cosa ci indica quell’azione rispetto a un cambiamento più profondo della cultura imprenditoriale locale. Nel Nordest, l’erosione dei legami di responsabilità tra impresa e territorio è un segnale che precede, accompagna e spesso rende possibili gli insediamenti mafiosi.
Se prendiamo sul serio questa prospettiva, dobbiamo accettare che la nostra posizione di osservatori condiziona la nostra capacità di conoscere. E che la domanda “come riconoscere le mafie nei territori” va riformulata in un’altra: come impariamo a riconoscere i processi sociali, economici e politici che preparano il terreno alla loro presenza? Solo dentro questo quadro diventa possibile comprendere davvero ciò che accade.
Per fare questo è necessario un pensiero situato, capace di radicarsi nelle culture imprenditoriali locali, nelle dinamiche politiche, nelle contraddizioni sociali che definiscono un contesto. L’antropologo Arjun Appadurai ci offre una chiave interpretativa preziosa: il riconoscimento come doppio movimento. Le comunità marginali, dice, si riconoscono nella propria condizione, prendono atto delle risorse e dei limiti con cui devono confrontarsi, ma al tempo stesso riconoscono il contesto, le dinamiche e le strutture che contribuiscono a produrre quella condizione. Questo doppio riconoscimento è la precondizione per aspirare a qualcos’altro, perché per Appadurai l’aspirazione non è un fatto psicologico: è una capacità collettiva, una forma di immaginazione sociale che permette di concepire un futuro diverso.
Applicato al nostro lavoro, questo significa che praticare il riconoscimento non è un esercizio tecnico né puramente investigativo. È un dispositivo che abilita i soggetti a partecipare alla comprensione del proprio mondo, che rompe silenzi, genera nuove connessioni, aggiunge complessità alla narrazione e restituisce dignità a chi vive nelle zone grigie. È, inevitabilmente, un atto politico nel senso migliore possibile: illumina ciò che normalmente rimane in ombra e attiva la capacità dei territori di leggere se stessi.
Riconoscere le mafie, dunque, non significa inseguire indizi occulti o cercare conferme stereotipate. Significa leggere il territorio come un sistema di aspirazioni e di fratture, come un intreccio di flussi economici e vulnerabilità sociali, come un campo in cui si misurano pressioni globali e risposte locali. E significa riconoscere che il nostro sguardo, lungi dall’essere innocente, porta sempre con sé una responsabilità: scegliere dove guardare e perché.
Solo così il giornalismo può diventare non un semplice resoconto di fatti già accaduti, ma una forma di conoscenza pubblica capace di aprire spazi di comprensione e, forse, di cambiamento.
Gianni Belloni è giornalista e direttore del Centro di inchiesta e documentazione sulla criminalità in Veneto



