Quando la fragilità diventa abbandono

Carcere

La notizia della morte in carcere di Omid, rifugiato poco più che quarantenne, mi ha molto rattristato.

Negli ultimi mesi prima dell’arresto, alla mensa, il suo comportamento ci aveva esasperati: insulti, minacce, un’aggressività costante e palpabile. Eppure, sapendo che la sua vita si era spezzata in una cella, ho avvertito un senso profondo di fallimento e di sconfitta.

Dopo quindici anni dedicati personalmente all’accompagnamento dei rifugiati, sento che la sua tragica fine trascende la singola vicenda personale. Omid non è stato solo un uomo “difficile”: è stato la testimonianza concreta di un’integrazione fallita, di un’esistenza lasciata progressivamente deragliare fino all’epilogo della detenzione.

Era arrivato con la speranza che un percorso di accompagnamento potesse aiutarlo a ritrovare dignità. Invece, la sua vita è scivolata sempre più nel degrado, fino alla deriva finale, tanto drammatica, quanto amara. La sua morte silenziosa dietro le sbarre non è solo una sconfitta individuale, ma un verdetto impietoso sulla capacità di accogliere e non abbandonare.

È il segnale d’allarme di un sistema sociale e di accoglienza che sta progressivamente smarrendo l’umanità, lasciando che l’indifferenza prenda il posto della cura e che, poco alla volta, si faccia strada una silenziosa barbarie.

Centro Astalli

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