Non c’è pace per la sinistra. Il suo popolo discetta e litiga anche sotto Natale.
Pur tra le urgenze, ho quindi provato a raggruppare le critiche più ricorrenti. Eccone alcune.
Tra di loro non si parlano. Conte con la Schlein, la Schlein con Bonaccini, che sono tutti e due della sinistra laica, la Bindi con Franceschini, che sono tutti e due della sinistra cattolica. E poi hanno questo linguaggio astratto, mai discorsi concreti che “mordano” (ora si dice così…). Gender e sempre gender invece dei bisogni primari. Ma che ne sa il contadino di Afragola del gender? Di Vittorio sarebbe inorridito. E gli Lgbtq che sembrano un rebus. E la generazione zeta, che un anziano si chiede che diavolo sia.
E poi in piazza non ci vanno più. Hanno bisogno dei teatri, perché non sanno comunicare con le piazze. Ecco, è arrivato il verbo magico: comunicare. La sinistra non lo sa fare, è questo il problema. Su questo ci si trova sempre d’accordo: è un problema di comunicazione. Dalle Alpi al Lilibeo. La verità è che non sappiamo comunicare.
E a questo punto c’è qualcuno che propone il rimedio. I candidati, i dirigenti, facciano tutti dei corsi di comunicazione, come glieli faceva fare Berlusconi, che scemo comunque non era.
Domanda. E se il problema della comunicazione fosse a sinistra assai più elementare? Se fosse, tanto per dire, più terra terra? Se per esempio avesse la forma di un microfono? Già, quell’oggetto che ha simboleggiato nell’iconografia nazionale l’arrivo della Rai, e, neanche a dirlo, di una nuova comunicazione? Ecco, partiamo da lì.
Io per esempio non ho mai capito, nei decenni, sei i microfoni siano ontologicamente di destra o se la sinistra non sappia fare funzionare i microfoni. Perché il mondo e le tecnologie cambiano ma la questione del microfono non si risolve mai. Fateci caso. Può essere il dibattito di un’associazione, oppure un comizio o una presentazione di libro.
Per la sinistra il microfono è sempre o quasi sempre un problema. L’oratore lo prende in mano, bisbiglia alcune parole, poi si rende conto che le parole non arrivano al pubblico. Dunque domanda: si sente? Il pubblico, all’unisono: nooo. Uno dal pubblico inasprisce la denuncia: non si sente niente. L’oratore maneggia il microfono, preme qualcosa. Il suo vicino gli suggerisce: schiaccia qui. L’oratore esegue, si accende una lucina. Si sente? Si sente? Pubblico: ora sì.
L’oratore riprende, finalmente incoraggiato dalla situazione favorevole. Sillaba alcune parole di circostanza per scaldare l’ambiente. Il pubblico sembra attento. Voceee, grida però qualcuno dal fondo. L’oratore è perplesso, gli sembrava di avere tenuto alta la voce. Ma chi grida “voce” ha sempre ragione.
E in più risveglia un passato da tecnico del suono in qualcuno che si è mimetizzato nel pubblico. È lui che si candida volontariamente a risolvere la situazione. Si alza e, seguito dagli occhi grati e speranzosi dagli astanti, si dirige con passo spedito verso l’altoparlante. Si china, gira una manopola. Ora va bene.
L’oratore, rinfrancato dall’arrivo dei “nostri”, rimette la bocca vicina al microfono. Dice due parole ma subito parte dalla cassa un fischio da annichilire un elefante. Ora il volume è troppo alto, di nuovo non si sente. Una voce fuori campo: lo abbiamo provato cinque minuti prima e funzionava. Un’altra voce fuori campo: chiudete l’altro microfono. Chi è al tavolo si guarda intorno perplesso. L’altro microfono non c’è.
Saggi consigli dalle prime file: abbassiamo un po’ il volume e tu alza la voce. L’oratore è ormai fiaccato ancor prima di incominciare. Ma compie uno sforzo di pazienza. Riprende a parlare. Ora si sente decentemente, non c’è dubbio. Finché arriva spietata dal fondo la nuova invocazione. Al limite della spietatezza: voceee.
Così nei circoli, così parlando di politica, così dibattendo o spiegando una legge o un problema. Sì, amici, compagni e passanti: forse è davvero un problema di comunicazione.
Fonte: Il Fatto Quotidiano



