Emergenza carceri, ora le riforme

Carcere sovraffollato

Tra sovraffollamento e violazioni dei diritti, le condizioni dei detenuti sono intollerabili: l’ordinamento penitenziario va modificato. Le condizioni di vita dei detenuti e il clima di violenza nelle carceri sono divenuti veramente intollerabili. Nei primi sette mesi del 2026 si sono suicidate in carcere 38 persone, fra cui una ragazza di 21 anni e un uomo di 73. La prima causa di questa situazione consiste certo nel sovraffollamento. La maggior parte delle celle occupa uno spazio molto ridotto. In esse sono costrette più persone, le une addosso alle altre. Spesso è impossibile un reale ricambio d’aria. In estate il caldo è insopportabile. Chi non fuma deve subire il fumo di chi fuma. Le carceri sono spesso situate in vecchi edifici dell’ottocento, con evidenti carenze igienico-sanitarie.

Per risolvere la situazione i vari governi, tanto di destra quanto di sinistra, hanno fatto molte promesse, poi non mantenute. L’anno scorso il governo guidato da Giorgia Meloni aveva annunciato un piano per ridurre il sovraffollamento, ma non se ne vede l’effettiva attuazione. Una legge dell’agosto di quest’anno ha ampliato la possibilità di detenzione domiciliare per i detenuti con tossicodipendenze o alcoldipendenze. Però, ammesso che il sistema funzioni, non sarà certo questo a risolvere il problema. Intanto il governo si muove in senso contrario: dal 22 ottobre del 2022 (giorno del suo insediamento) al 18 agosto 2026 si sono introdotti nell’ordinamento 21 nuovi reati e in 76 casi è stata ampliata una fattispecie di reato già esistente: è chiaro che questo implica nuove condanne e più detenuti in carcere.

Ma il sovraffollamento non è l’unica causa della situazione. Il problema non è soltanto in “quanto” spazio si vive, ma “come” ci si vive. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce, com’è noto, che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E ci sono anche l’articolo 2, che “garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, e l’articolo 3, per cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”.

Dall’insieme di queste norme si ricava che il carcere non è solo il luogo in cui si è privati della libertà, ma anche quello in cui si deve vivere con dignità e con il rispetto di quei diritti che non possono essere sottratti a nessuno. Il luogo in cui si deve formare nel detenuto una coscienza che lo renda consapevole della sua colpa e gli permetta poi di reinserirsi nella società. E poi ci sono i rapporti con la famiglia, che la condanna rischia di interrompere, ma che debbono invece essere mantenuti e facilitati. La Corte Costituzionale ha chiarito che la detenzione non può annullare del tutto le relazioni affettive del detenuto. E ha persino stabilito che la persona detenuta possa essere ammessa ad avere colloqui con il partner senza il controllo a vista del personale di custodia, in modo da poter “esprimere con il partner una normale affettività”, anche in termini di intimità.

Vanno inoltre sviluppati quanto più possibile i rapporti dei detenuti con i soggetti esterni che potranno poi concretamente reinserirlo nella società. Di questo si occupa già l’autorità garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Si dovranno però intensificare i rapporti con soggetti pubblici e soggetti privati, comprese le associazioni di volontariato. La prospettiva concreta di una vita futura può aiutare il detenuto a sopportare la pena con maggior serenità.

Ma tutto ciò non è evidentemente bastevole. Quello che occorre è un intervento del Parlamento che attui una modifica organica dell’ordinamento penitenziario. Non bisogna dimenticare che una persona in stato di detenzione rimane affidata allo Stato. Questo, cosi come sovrintende a che la pena sia correttamente eseguita, allo stesso modo deve tutelare quella persona e prendersi cura della sua salute fisica e mentale. Lo Stato che adempie soltanto al primo di questi suoi compiti, e non anche al secondo, viene meno ad un suo preciso dovere morale, prima ancora che giuridico.

Fonte: Corriere della Sera

Articoli correlati