E ora Denise? E ora che te ne sei andata, che cosa ricorderai di noi? Cosa di un mondo che è passato come un rullo compressore sulle tue fragilità, e che da un certo punto in poi ti ha spalancato le porte del suo amore senza mai fartici passare per davvero?
Scrissi qui anni fa che mi apparivi una crisalide. Enza, la tua avvocata che ti ha amato come una figlia, e si dava pensiero di te anche a Natale, mi disse che quell’immagine ti era piaciuta. E io me la sono tenuta cara, prezioso pezzo d’archivio, unico modo per continuare a vederti, poiché di foto tue non ne abbiamo e chissà se un giorno ne avremo mai una.
Incredibile, non trovi? Abbiamo amato tua madre Lea (nella foto) e te senza avere una vostra foto in mano. Un miracolo in un mondo dove i sentimenti nascono ormai solo dalle immagini. Fatto da voi due, donne giovani, povere e innocenti.
Ci conoscemmo un mattino dentro il palazzo di giustizia di Milano. Ero tra studentesse e studenti, intento a seguire il processo in cui, con coraggio immenso, chiedevi giustizia per la tua mamma. Giunse Enza con la toga addosso: «Vieni che ti faccio conoscere Denise». Eri la sua isola del tesoro, credo la sua principale ragione di vita. Ci mise uno di fronte all’altra dopo cinque minuti.
Suscitavi una tenerezza misteriosa. Minuta, piccola, giovanissima, 20-21 anni. Trasmettevi fisicamente un bisogno inesausto di vedere, di sentire, di parlare. Di vivere, finalmente. E proprio in questo bisogno si sarebbe giocata la tua sfida altissima, la tua disperata avventura. Di crisalide, certo. Un’immagine che mi venne d’istinto.
Guardarti, sentirti, fu infatti come scoprire un vaso di cristallo in equilibrio sullo spigolo di un tavolo. Sai quando ti vien subito da dire «Speriamo che non lo sfiori nessuno»? Scherzavi con me, ti gratificava che un estraneo di cui la tua avvocata ti aveva raccontato cose generose, volesse conoscerti e ti mostrasse affetto. Scherzavi soprattutto con i tre carabinieri che ti accompagnavano e ti proteggevano. Scambiavi con loro battute ironiche. Ma era un rifugio, una prigionia necessaria.
E forse non immaginavi, come neanch’io immaginavo, che un giorno quel processo sarebbe finito proprio come tu desideravi. Che decine di donne, magistrate, avvocate, giornaliste, studentesse, ognuna per la propria parte, sarebbero cioè riuscite a darti qualcosa che assomigliava alla giustizia dei tribunali.
Ma non immaginavi nemmeno che poi, dopo una vittoria da consumarti l’anima, avresti dovuto continuare a nasconderti come e peggio di prima, a non potere ricevere gli amici, a non potere andare a ballare, costretta perfino a cambiare il tuo nome. Perché questo fu il finale.
Denise che non è più Denise. Che non ha più né la mamma né il nome. Cacciata in uno spazio vuoto di persone e di memorie. Lo chiamano «protezione». Dove un invisibile nemico può entrare a un certo punto e sfiorare il vaso di cristallo. Romperlo – basta niente, no? – e lasciare vetri e schegge e un po’ d’acqua per terra.
In mezzo, una crisalide condannata a non diventare mai farfalla. Scrivo, Denise, e rivedo l’immagine di tua mamma Lea su migliaia di bandiere sventolanti tra giovani visi in tutta Italia. E poi torno all’immagine tua, rimasta nei miei occhi da quel mattino. Dopo di allora, avresti chiesto alla città di Milano di dare a lei dei funerali pubblici e la città, sindaco in testa, glieli avrebbe dati.
Ora, dopo il tuo addio, ho visto centinaia di milanesi di tutte le età, dai tre ai novant’anni, portarti un fiore nel giardino dedicato a lei. Di più, lo hanno già ridedicato anche a te, il giardino, con uno di quei colpi di pennarello che fanno la storia civile dei luoghi.
Tanti fiori, Denise, dovevi vedere quanti girasoli. Io non so ancora se certe cose esistono davvero. Ma mi piace immaginare che tu e la tua mamma vi incontriate. Mi rappacifica, mi fa sentire meno colpevole e fallito. Tu e lei insieme. Sarebbe meraviglioso. Perché due ingiustizie immense che si sovrappongono possono generare una giustizia di tutte più alta, invincibile.
Addio Denise cara, sappi che ti abbiamo amato in tanti, anche se non l’hai potuto vedere. Ciao, crisalide. E chissà se con tua mamma diventerai farfalla.
Fonte: Il Fatto Quotidiano



