Finisce con un’assoluzione definitiva” in Cassazione, seppur con la
vecchia formula dell'”insufficienza di prove”, la vicenda giudiziaria
di Vincenzo Greco, il cognato del capomafia Giuseppe Guttadauro, dopo che la Suprema Corte ha annullato il ricorso della Procura Generale.
Si chiude così la posizione di uno dei soggetti principali
dell’inchiesta della Procura di Palermo che nel 2003 aveva identificato
e ricostruito quella rete di alleanze e di pericolose amicizie che a
Palermo avevano creato una barriera di protezione attorno al capomafia
di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Condannato in primo grado a sei anni
dal gup Piergiorgio Morosini (processo in abbreviato sostenuto dai pm
Nino Di Matteo e Gaetano Paci) e assolto invece in appello, oggi Greco
(già condannato definitivamente per favoreggiamento aggravato alla
mafia perché aveva curato il killer di padre Puglisi in fuga) non è più
da ritenersi un mafioso. A nulla è servito il ricorso del pg di Palermo
Dino Cerami. La Cassazione ha pronunciato il suo verdetto dando ragione
alla tesi difensiva degli avvocati Raffaele Bonsignore e Giuseppe
Gianzi secondo cui, in merito all’interessamento dei due cognati nella
vicenda del Centro commerciale che doveva sorgere a Roccella, Greco ha
agito per tutelare interessi familiari legittimi. L’imputato era stato
incriminato dalla Dda di Palermo perché ritenuto l’alter ego del boss
nei rapporti con l’esterno, essendo quest’ultimo un condannato per
mafia con l’obbligo di dimora. Arrestato a giugno del 2003 insieme a
Domenico Miceli e Salvatore Aragona con l’accusa di associazione
mafiosa all’imputato si contestava di aver organizzato, insieme al
cognato Guttadauro e allo stesso Miceli, la campagna elettorale di
quest’ultimo nel partito dell’Udc, all’epoca Cdu. Miceli in cambio del
loro pieno ed incondizionato appoggio elettorale si sarebbe impegnato,
una volta eletto, a garantire le esigenze e gli interessi
dell’organizzazione mafiosa. Per questo Greco aveva organizzato una
riunione prelettorale nell’autosalone “Supercar” dei fratelli
Calderone in cui erano giunti alcuni esponenti mafiosi (quali Gaetano e
Francesco Di Fresco) che avrebbero dovuto sostenere Miceli alle
Regionali del 2001. Greco inoltre era stato accusato di essersi di
fatto attribuito compiti gestionali per l’affare del Centro Commerciale
di Roccella incontrando i vertici della Collegno 2000, la società
d’intermediazione con la Carrefour, e diventando promotore
dell’acquisizione dei terreni a favore dell’iniziativa voluta da
Guttadauro. Un progetto che avrebbe previsto l’assunzione di personale
indicato dalla famiglia Greco – Guttadauro e la possibilità di gestire
i flussi di denaro per gli appalti e le commesse per la realizzazione
dell’imponente opera. In questa corsa all’ipermercato non erano mancate
le attivazioni per la trasformazione del Piano regolatore da area
agricola a produttiva e i tentativi di bloccare il Centro Commerciale
antagonista di Villabate, appoggiato invece dai Mandalà. Cosa che aveva
provocato una certa tensione fra le due famiglie mafiose e che solo
Provenzano aveva sciolto deliberando il suo sì per entrambe le
iniziative. Eventi che hanno fatto parte di un’indagine suddivisa in
più tronconi processuali tutti irrimediabilmente intrecciati fra loro.
Il più grande: quello sulle cosiddette “Talpe alla Dda” con 13 imputati
tra i quali l’ex Presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro
(condannato in primo grado a 5 anni per rivelazione di segreto
d’ufficio e favoreggiamento a singoli mafiosi), il manager della sanità
siciliana Michele Aiello (14 anni per associazione mafiosa) e il
maresciallo del Ros Giorgio Riolo (7 anni per favoreggiamento a singoli
mafiosi, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio). Un corposo
processo legato a doppia mandata con quello istruito contro l’ex
assessore alla Sanità di Palermo Domenico Miceli (condannato in appello
a 6 anni per concorso esterno in associazione mafiosa), il cognato di
Guttadauro Vincenzo Greco (oggi assolto), il maresciallo della Guardia
di Finanza in servizio alla Dda di Palermo Giuseppe Ciuro (4 anni e
otto mesi per favoreggiamento semplice) ed infine l’ex maresciallo dei
carabinieri Antonio Borzacchelli (10 anni per concussione,
favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio).
Tutti condannati con sentenze severe seppure, in qualche caso,
alleggerite con motivazioni che rimandano alla dubbia consapevolezza
nell’agevolare la mafia. Come nel caso di Vincenzo Greco, secondo i
giudici, coinvolto nell’inchiesta “per mero interesse familiare”.
Difficile scindere se fosse anche mafioso. Comunque un interesse
riconducibile a uno degli “alfieri”, all’epoca, più importanti di
Provenzano, punto di riferimento strategico della nuova mafia dei
colletti bianchi o, per meglio dire, dei camici bianchi. Perché
Guttadauro come Miceli, Cuffaro, Greco e Aragona era un medico ed
effettuava interventi di chirurgia. In passato aveva salvato la moglie
del capo di Cosa Nostra da un intervento all’intestino mal riuscito e
per questo la riconoscenza gli era dovuta. Ma per Provenzano Guttadauro
significava un sacco di altre cose. Il capo del mandamento di
Brancaccio, come ricorda il pentito Nino Giuffrè, era stato il fautore
della strategia della sommersione del dopo stragi, era il ponte di
collegamento con la politica regionale e anche il mezzo più efficace
per arrivare al capomafia di Trapani Matteo Messina Denaro (attraverso
la parentela acquisita dal matrimonio tra la sorella Rosalia e Filippo
Guttadauro, fratello del capomafia). Insomma Giuseppe Guttadauro non
era un mafioso in pensione, al contrario. Nel 2001, appena uscito di
galera, era tornato in piena attività. Da casa controllava picciotti,
seguiva gli affari e i traffici di droga. S’incontrava con i mafiosi
come Salvatore Drago Ferrante di Bagheria, Giovan Battista Pipitone di
Carini (arrestati insieme a lui nell’operazione Ghiaccio, dicembre
2002) e molti altri. Aveva a disposizione vie privilegiate che tramite
suo fratello Carlo Greco, capomafia di Aspra, portavano a Bagheria, la
roccaforte di Provenzano, ed ancora a Trapani, territorio in cui viveva
suo fratello Filippo, e ad Agrigento dove il suo filo diretto con Leo
Sutera di Sambuca di Sicilia (arrestato nell’operazione Cupola nel
2002) lo propiziava in merito a turbolenze, poi emerse nei “pizzini”
sequestrati a Lo Piccolo e Provenzano, insorte tra queste due province.
Insomma ecco perché su di lui si erano concentrate le attività
d’indagine della Dda di Palermo. Gli inquirenti erano a un passo da
Provenzano e mentre ci arrivavano si erano trovati dentro una ragnatela
di alleanze esterne che di fatto, consapevolmente o no, lo aiutavano
nell’adempimento della sua “strategia politico-mafiosa” proteggendolo.
Persone che avevano avvertito Guttadauro dell’esistenza di indagini su
di lui. Professionisti insospettabili come i suoi amici in camice
bianco o quelli ben più addentrati in politica con compiti di vertice
come Cuffaro (e qui conta davvero poco se abbia agito – come riporta
la sentenza – per suoi interessi personali). Ed infine sottufficiali in
divisa che – oltre ad agire per propri vantaggi economici – chissà
dietro quale impulso si sono mossi. Molte circostanze dietro tutta
questa storia rimangono indefinite. Altre talpe istituzionali sono
ancora nascoste, altre vicende sarebbero ancora da chiarire come quella
che ha riguardato un fantomatico ufficio di coordinamento del Sismi in
via Notarbartolo 4 a Palermo smantellato in tutta fretta il 5 novembre
2003, giorno degli arresti di Aiello, Ciuro e Riolo. E così pure una
spiegazione plausibile servirebbe per capire le tante telefonate
partite dallo stesso ufficio a Riolo, Borzacchelli e a Cuffaro. Ma per
ora questa è un’altra storia.



