Venticinque sacchi di plastica colorata allineati lungo le banchine del porto di Lampedusa. Venticinque corpi che non vedranno mai la terra promessa, agognata; venticinque persone che non riceveranno ne le lacrime, ne il dolore dei loro cari appena salutati, ma solo la pietà di chi li ha raccolti dalla stiva di quella piccola imbarcazione, che in pochi minuti è diventata la loro tomba. È l’ultimo di una serie di massacri che da anni si consuma in quel mare: il Mediterraneo, un mare che nella storia dei secoli ha dato vita ma che in questi frangenti spesso finisce con il toglierla. È la storia di una immigrazione che non ha eguali, ma anche la storia di un popolo, quello africano, e di un esodo. Così, a rischio della vita, in tantissimi lasciandosi alle spalle: guerra, fame, miseria, morte, torture, si avventurano da clandestini per raggiungere la terra di Sicilia che per loro è porta d’Europa.
Espulsione, l’Italia approva decreto
Con 151 voti favorevoli e 129 contrari ha approvato il decreto legge con il quale il governo ha attuato le normative Ue sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e sul rimpatrio degli extracomunitari irregolari. Tutte le opposizioni hanno votato contro. Il decreto è convertito in legge perché già approvato dalla Camera. Il testo prevede l’espulsione immediata degli immigrati irregolari considerati “pericolosi” e allunga la permanenza nei centri di identificazione ed espulsione (Cie) da 6 a 18 mesi. (Con tutti i problemi e lo abbiamo visto in questi mesi che questo provoca all’interno dei Cie di tutta Italia, dove non si contano le sommosse, le fughe, le risse, ndr). Passa poi da 5 a 7 giorni il termine entro il quale l’immigrato deve lasciare il territorio nazionale su ordine del questore, quando non è possibile il trattenimento presso i centri. Il decreto convertito introduce anche il permesso di soggiorno per motivi umanitari e il “rimpatrio volontario assistito” che potrebbe sostituire, in alcuni casi, il rimpatrio coatto degli immigrati clandestini. In questo caso l’immigrato può ottenere dal Prefetto un termine da 7 a 30 giorni per il ritorno in Patria. Quest’ultima ipotesi però potrebbe aprire un precedente.
Dal 1994 ad oggi, una strage senza fine
Al CARA di Salinagrande a Trapani, dove vengono ospitati i richiedenti lo status di “rifugiato politico” per esempio, una trentina di ospiti che la scorsa settimana hanno visto rifiutata la loro domanda di rifiugiato politico, hanno dato vita ad una manifestazione pacifica chiedendo di poter usufruire del rimpatrio volontario assistito (già prima che diventasse legge, quindi), ma non nella loro patria d’origine, bensì in Libia; Paese dal quale sono fuggiti, a causa della recente rivoluzione e dove hanno abbandonato ogni loro avere. C’è da chiedersi come si comporterà in questo caso lo Stato Italiano? Nel frattempo gli ospiti del CARA continuano la loro protesta pacifica con striscioni e slogna davanti la struttura. Ma intanto che Governi e governanti si adoperano a legiferare loro i migranti continuano a morire e sono numeri da rabbrido, numeri che nessuno di noi potrà mai scrivere esattamente. Si stima che dal ’94 ad oggi sono morti 5.962 persone, ma è una cifra di cui non si può tenere conto … sono migliaia le persone che partite dalle coste africane e non solo, sono scomparse nel nulla in questi anni, morti fantasma di cui purtroppo non sapremo mai nulla. E se ne parliamo è perchè qualche familiare spinto dalla disperazione inizia una sua personale ricerca fin nel nostro Paese. Si calcola che dallo scorso mese di gennaio sono scomparse più persone di quante ne morirono in tutto il 2008, l’anno prima dei respingimenti, quando si contarono 1.274 vittime a fronte di 36.000 arrivi in Sicilia. Su questa ultima ennesima tragedia del mare ancora una volta ha fatto sentire la sua voce Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, componente della Commissione per le migrazioni della Cei, ma soprattutto uomo di Chiesa da sempre impegnato in quel dialogo tra culture e religioni diverse tra la sponda Sud e Nord del Mediterraneo, di cui spesso ci si dimentica e di cui si dovrebbe far tesoro. «Quest’ennesima tragedia del mare evidenzia il senso dell’uomo che decade, che muore proprio nel momento in cui cerca una vita migliore. Non si può rimanere insensibili davanti a quei cadaveri recuperati dentro una stiva di un barcone – ribadisce Monsignor Mogavero. Quei corpi ci devono far riflettere di cosa è un uomo e di quanto infinitamente vale. Oggi più che mai il tema dell’accoglienza diventa prioritario, perché riguarda tutti, cristiani e non e ci impone una riflessione profonda per porre la necessaria e giusta attenzione internazionale verso gente che è in fuga dalla guerra, dalla miseria, dalla povertà e che, su un barcone di fortuna, va in cerca di serenità e di pace e che, oramai troppo spesso, trova invece la morte».
I centri di accoglienza (e detenzione) di Trapani
A Trapani come nel resto della Sicilia si convive ormai dal lontano 94 con la questione immigrati. Chi non ricorda ancora i primi sbarchi. Allora la meta preferita dagli scafisti che partivano dalla Tunisia era Pantelleria. Ma un pò tutta la provincia visse l’esperienza degli sbarchi, da Mazara a Marsala, da Trapani a Custonaci, San Vito Lo Capo e fino a Marettimo. Sbarcavano fin dentro la città sulla spiaggia. Fu un periodo terribile. Ne arrivarono a migliaia. Non a caso proprio a Trapani per volere del Ministero dell’Interno è nato il primo Cie d’Italia, il famigerato “Centro di identificazione ed espulsione”, quello che si trova all’interno del Serraino Vulpitta (una struttura che ospita un ospizio per anziani) e dove nel Natale del ’99 morirono bruciati sei nordafricani dopo che nel tentativo di darsi alla fuga alcuni di loro bruciarono dei materassi all’interno della loro stanza bloccata però dall’esterno. Poi arrivò il CARA di Salinagrande, fu allocato in una struttura nata come “casa famiglia”. Il CARA in questi anni è diventato il centro che ha ospitato migliaia di profughi provenienti da zone di guerra. Nel 2009 poi l’anno della vera emergenza sbarchi, l’allora prefetto di Trapani Stefano Trotta per sopperire a quanto stava accadendo a Lampedusa, aprì nel giro di poche settimane ben undici strutture di accoglienza in provincia di Trapani e tra queste alcune dedicate ai minori. Alcune di queste ancora esistono ma alla periferia di Trapani in contrada Milo è stato aperto l’ultimo “gioiello” dello Stato, il nuovo Cie, un supercarcere blindatissimo dove attualmente vi sono ospitati immigrati in attesa di rimpatrio. Quello di Milo in realtà è un Centro che non doveva essere costruito. In un rapporto della commissione presieduta dall’Ambasciatore Staffan de Mistura, all’epoca incaricato dal Ministro dell’Interno Giuliano Amato, su come affrontare l’emergenza clandestini, infatti, quel progetto non doveva avere seguito. Quando De Mistura nel novembre 2006 passò da Trapani, vedendo il progetto del nuovo centro lo bocciò, sottolineando che “per lui le risorse potevano essere impiegate meglio per il trattenimento”. Un centro che ha bisogno di un notevole spiegamento di forze dell’ordine ma così non è. E dei 50 agenti promessi per quel centro dal Consiglio dei Ministri il 5 agosto dello scorso anno, ne sono arrivati undici di cui quattro alla stradale di Alcamo, uno al commissariato di Alcamo e sei per tutta la Questura e uffici periferici di Trapani. Secondo i dati della commissione De Mistura, il nuovo centro sarebbe costato circa 6 milioni di euro e per la sua gestione serviranno 1 milione e 300 mila euro l’anno.
Una tenda non fa accoglienza
Poi
rimane ancora in bella vista a Kinisia poco lontano da Trapani, quell’accampamento di tende blu in mezzo al nulla assoluto, che scorrono su una pista d’asfalto che un tempo veniva utilizzata per far atterrare gli aerei militari, un accampamento voluto dal Ministero dell’Interno, costato oltre un milione, per fronteggiare la massa di immigrati che da gennaio arrivava dalla Sponda sud del Mediterraneo, attraversato da venti di guerra. Tutti questi Centri dallo scorso 1 aprile dopo la circolare del ministro dell’Interno Roberto Marone, sono preclusi agli organi di informazione. Nasceva dalla necessità di dare una giusta informazione su quanto accade nei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione e nei Cara, i centri per i richiedenti asilo politico, la visita dei giorni scorsi di Leoluca Orlando (Idv) e Marco Perduca (Radicali). Prima tappa il Cie di contrada Milo, inaugurato nelle scorse settimane che ospita oltre un centinaio di nordafricani per lo più tunisini, in attesa di essere rimpatriati. I due parlamentari, hanno aderito alla manifestazione indetta dalla federazione nazionale della stampa “LasciateCie entrare” ed hanno visitato il Centro di Milo, e parlato con qualcuno degli ospiti, raccogliendo le loro testimonianze. Sia Perduca che Orlando si sono fatti carico di fare proprie queste istanze e quindi di promuovere tutte quelle azioni che portino ad un cambiamento della legge italiana che regola al momento la questione immigrazione. Per i due parlamentari tutti i Centri in Italia, quello di Milo incluso benchè di nuova concezione, vanno subito chiusi.



