Gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Lecce, coordinati e diretti dal Maggiore Francesco Mazzotta, hanno sequestrato beni mobili e immobili riconducibili a Vetrugno Lucio, 55 anni di Monteroni (Le), assassinato con un colpo di pistola il 22 dicembre dello scorso anno. Il provvedimento di sequestro anticipato, notificato agli eredi del Vetrugno, è stato emesso dal Tribunale di Lecce a seguito della proposta di misura patrimoniale avanzata dal Procuratore della Repubblica di Lecce, dr. Cataldo Motta.
I giudici hanno quindi recepito e fatto proprie le risultanze investigative del personale della Dia guidato dal Maggiore Francesco Mazzotta (responsabile indagini patrimoniali). Già da un anno la Procura aveva in mano una dettagliata informativa nella quale gli uomini di Mazzotta avevano illustrato con dovizia di particolari la sproporzione fra i redditi dichiarati dal nucleo familiare ed i beni effettivamente posseduti.
Le indagini patrimoniali della Dia sono andate a ritroso di 34 anni a partire dal 2008: nel 1974 vennero dichiarati poco più di 118 euro, nel 1995 2159 euro. Infine 14545 nel 2008. I beni sequestrati ammontano a un valore complessivo di oltre 1,5 milioni di euro e sono costituiti da 2 bar, 2 sale giochi, 2 abitazioni, 2 masserie, 300 capi di bestiame (ma al momento dell’operazione ne sono stati trovati solo una trentina, il resto era già stato venduto), e una tigre siberiana. Proprio così, una tigre. Ma chi era Lucio Vetrugno, noto negli ambienti criminali come “Lucio della tigre” poichè custodiva da sedici anni nella sua masseria il raro esemplare?
Vetrugno era un condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso con sentenza passata in giudicato nel 2003 e ritenuto da anni dagli inquirenti un elemento vicino al clan Tornese, gruppo storico della Sacra corona unita operante proprio nel territorio di Monteroni. A incastrare il cinquantacinquenne, come ha sottolineato lo stesso Procuratore Cataldo Motta, fu una “sfoglia”, una specie di pizzino, attraverso il quale Angelo Tornese, boss dell’omonimo clan, impartiva dal carcere delle precise direttive e strategie operative. Scontata una lunga pena, l’uomo era tornato a occuparsi, secondo gli investigatori, degli affari del clan, ancora attivo a Monteroni.
L’omicidio di Vetrugno, freddato con un solo colpo di pistola calibro 7,65 alla testa, rimane un vero mistero. Non è escluso che a uccidere l’allevatore possa essere stata una persona che la vittima conosceva bene, in grado di avvicinarlo e di sparargli alle spalle. Ma torniamo ai motivi del sequestro. Perché Lucio Vetrugno e i suoi cari non avrebbero potuto accumulare tutto questo patrimonio con attività imprenditoriali e professionali lecite? La risposta ci viene data dal giudice Stefano Sernia nell’ordinanza disposta come presidente e relatore della prima sezione penale, accogliendo la richiesta del procuratore capo Cataldo Motta: «Si tratta di beni – si legge nel provvedimento – che, seppur in larga parte intestati alla moglie ed ai figli del de cuius, essi mai avrebbero potuto acquistare con le loro risorse, atteso che il cumulo dei redditi ascrivibili al complesso famigliare appare piuttosto esiguo nel tempo, al punto da evidenziare una situazione di assoluta indigenza e di insufficienza a soddisfare le esigenze minime di vita quotidiana di quattro famiglie. Si noti – continua il decreto – che si tratta di introiti talmente esigui che gli esiti non cambierebbero in maniera rilevante neppure ove li si intendesse raddoppiare o triplicare od anche perfino quintuplicare».
«E’ evidente che Vetrugno e la sua famiglia debbano aver impiegato guadagni di attività illecite», ha evidenziato nella conferenza stampa il procuratore Motta alla presenza del maggiore Mazzotta e del vicequestore aggiunto Leonzio Ferretti (capo sezione e capo della Dia). «E quando parliamo di illecito dobbiamo ricordarci che Vetrugno abbia avuto compiti di organizzare il traffico degli stupefacenti nel clan Tornese e che si occupasse anche di garantire il sostegno dei detenuti e dei loro familiari».
Ma come è possibile che le misure patrimoniali possano aggredire anche i beni degli eredi? Lo spiega il maggiore Francesco Mazzotta, responsabile indagini patrimoniali della Dia che ha diretto l’inchiesta sui beni sequestrati agli eredi di Lucio Vetrugno: «I risultati di questa indagine testimoniano l’attenzione della “Direzione investigativa antimafia” all’aggressione dei patrimoni illeciti e l’efficacia delle misure di prevenzione patrimoniali nel contrasto alla criminalità organizzata. Perché la misura sia efficace anche nei confronti degli eredi, occorre che sussistano quattro condizioni: che la proposta venga avanzata nei cinque anni dal decesso; che il defunto fosse un soggetto indiziato di appartenere ad una associazione mafiosa; che oggetto del sequestro siano i beni di cui il defunto avesse la disponibilità; che i beni fossero di origine illecita per la sproporzione tra il reddito e il patrimonio. Nel merito le indagini – continua il maggiore Mazzotta – hanno consentito di evidenziare una sproporzione tra i redditi del nucleo familiare di Vetrugno e le sue disponibilità: sintomatica è una affermazione del Tribunale di Lecce, laddove nel decreto di sequestro si sostiene che gli introiti dei Vetrugno sono talmente esigui che pur raddoppiandoli, triplicandoli o quintuplicandoli non cambierebbero l’esito dell’accertamento».



