Riina venga a lavorare sui terreni confiscati a suo padre

Torino

Dopo l’uscita dal carcere di Giuseppe Salvatore Riina quasi tutti, da Nord a Sud, hanno espresso pareri in merito alla sua permanenza corriere.it/cronache/11_ottobre_02/riina-libero-corleone_a02fa3dc-ece5-11e0-9c5b-49e285760169.shtml”>a Corleone o a Padova. Nei giorni scorsi il presidente del Centro Padre Nostro di Brancaccio, Maurizio Artale, gli ha offerto un lavoro, nella struttura fondata da Don Puglisi. Noi, di Corleone Dialogos,  abbiamo chiesto a Lucio Guarino, direttore del Consorzio Sviluppo e Legalità che si occupa di beni confiscati alle mafie (costituito nel 2000 dagli 8 Comuni dell’Alto Belice Corleonese) quale fosse la sua opinione in merito.

«Giuseppe Salvatore Riina ha affermato che vuole “vivere la sua vita da cittadino di questo Stato” e che lo Stato ha il dovere di reinserire gli ex detenuti – dichiara Guarino. Lui ha scontato una condanna per appartenenza a Cosa nostra: una organizzazione che contrapponendosi di fatto alla Repubblica nell’esercizio del governo del territorio per il perseguimento dei suoi fini criminali, si è sempre posta e si pone come alternativa ad essa». «A mio parere – continua il direttore –   non può reclamare alcun diritto senza una reale e inequivoca dissociazione da quell’organizzazione criminale,  che per anni, più o meno direttamente, ha governato le sorti della nostra terra producendo notevoli danni sociali e mortificandone le enormi potenzialità di sviluppo».

Giuseppe Salvatore Riina deve prima con atti concreti abiurare, in sostanza. «Personalmente non credo che chi ha aderito a Cosa nostra ne prenda successivamente le distanze – spiega Guarino. Tuttavia spero di essere smentito dai fatti e gli propongo di venire ad impegnarsi a Corleone, sulle terre confiscate dallo Stato al padre, a Liggio a Provenzano, essendo state acquisite dagli stessi con il sangue e la forza dell’intimidazione».

«Per la difesa di quelle terre e per aver voluto tutelare l’esercizio di libertà  fondamentali, infatti – ricorda  –  hanno perso la vita, per la vile mano mafiosa, cittadini della nostra Repubblica anche figli della Corleone civile. Oggi altri cittadini, anche e soprattutto della civile Corleone – continua – lavorano su quelle terre principalmente per riaffermare la presenza dello Stato in quei luoghi che, purtroppo, per troppi anni sono stati simbolo di sopruso e illegalità»

«Da questo impegno nascono la pasta, il vino, i meloni, il pomodoro, il miele, le conserve ma anche i ceci e le lenticchie, prodotti biologici di elevatissima qualità commercializzati su scala nazionale anche per veicolare il forte messaggio di cambiamento che è avvenuto nel territorio – conclude il direttore del Consorzio Sviluppo e Legalità. Per questo dico a Salvatore Giuseppe Riina che se vuole davvero ritornare a essere cittadino della nostra Repubblica cominci con il  lavorare da noi, perchè non sarebbe una mera dissociazione dall’organizzazione criminale».

Corleonedialogos.it