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Quel 23 maggio tutto cambiò


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Sabato caldo, ma senza nuvole. Aria calda, ma niente sole. Una di quelle tipiche giornate di fine primavera che cede il passo all’estate che sta per entrare. Prima di quel giorno non avevo mai sentito parlare di magistrati e non riuscivo nemmeno a distinguerli dai giudici o dai poliziotti. Nelle strade della Guadagna, alle porte di Brancaccio, dove ero cresciuto appartenevano tutti indistintamente alla categoria “sbirri”. Ed erano i nemici. Invece quegli altri, i “mafiosi” non esistevano nemmeno. Nessuno ne parlava, nessuno li vedeva. Certo, c’erano i “malacarne”, ma noi non eravamo come loro. Mi interessava, piuttosto, vivere tranquillamente la vita di adolescente che di giorno sguazzava nel disagio e nel degrado e che di sera ritornava a casa, nella sua isola felice, circondato dai libri, dalla saggezza di Papà e dalla sensibilità di Mamma. 
Quel 23 Maggio tutto cambiò. Faccio parte di quella generazione che porta il marchio indelebile del sangue versato nel ’92. Sono uno dei tanti ragazzi che insieme ai propri genitori, compagni di scuola ed insegnanti ha affollato i cortei ed i funerali di Stato di giudici, giornalisti, preti, poliziotti e carabinieri gridando “Palermo è nostra e non di Cosa Nostra”. Sono tra coloro che prima si sono vergognati di essere nati nella stessa città dei Bontade o dei Graviano e che poi si sono accorti dell’importanza di non darla vinta ai “malacarne”.
Quei libri negli scaffali di casa mi hanno aiutato e sostenuto nelle scelte. Le discussioni nelle assemblee a Scuola ed all’Università mi hanno insegnato il valore fondante del dialogo e del confronto democratico. I consigli dei miei genitori e degli amici più cari sono stati il dono più grande che, insieme alle storie delle tante vittime della mattanza mafiosa, mi hanno sensibilizzato al valore della memoria. Ovunque andassi, in questi anni, ho provato a raccontare una storia diversa per la nostra terra lottando strenuamente contro lo stereotipo della coppola e della lupara e della Sicilia irredimibile. Ho messo i piedi nella terra che era dei boss, ed ho visto crescere i frutti del lavoro delle cooperative che oggi permettono a tanti giovani che non sono più costretti a lasciare la nostra isola. Ho incrociato il coraggio degli imprenditori che hanno denunciato il racket indicando in Tribunale i propri estortori, ed ho ascoltato e condiviso le innumerevoli storie di resistenza quotidiana dei tanti cittadini onesti che portano il fardello di una vergogna difficile da scrollarsi di dosso.
Adesso ho 34 anni ed un figlio di 3. In Libera ho trovato una casa ed uno spazio di cittadinanza. Con Libera ho riscoperto il valore incommensurabile della speranza che va sostenuta con l’impegno quotidiano. Per Libera, e per mio figlio, vorrei svegliarmi da questo brutto incubo fatto di squallore, ingiustizia e prevaricazione convinto che la mafia, un giorno, sarà soltanto una voce nel dizionario declinata al passato.