Obiettivo Falcone

Palazzo Chigi

«Con l’auspicio di poter giungere all’individuazione dei committenti oscuri conclusi la requisitoria nel processo d’appello della strage di Capaci. Sono trascorsi undici anni e ancora non hanno un volto. Forse nessuna sentenza in nome del popolo italiano li condannerà mai, forse non esistono, forse non si possono processare perché lo Stato non può processare sé stesso». Sono queste le parole piene di amarezza con le quali il giudice Luca Tescaroli chiude la sua ultima fatica letteraria, «Obiettivo Falcone», un libro ben scritto e importante perché dipana il sottile filo rosso che unisce la mancata strage dell’Addaura con il riuscito attentato di Capaci, in cui Giovanni Falcone, la moglie Francesca e i tre agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani furono spazzati via da Cosa Nostra. Viene ricostruito il contesto in cui maturò il primo episodio criminale.

Dalla mancata nomina a consigliere istruttore di Palermo, posto lasciato vuoto da Nino Caponnetto, alla bruciante sconfitta nella corsa al CSM, passando per il contrasto con l’Alto commissario Domenico Sica, che ben sapeva di aver “soffiato” il posto al più titolato collega: tutti episodi che segnarono la vita di Falcone ma non fiaccarono la volontà, pur puntando a delegittimarlo pubblicamente. Tanto che anche il fallito attentato dell’Addaura finì nel tritacarne mediatico del cosiddetto “Palazzo dei veleni”, come era chiamato il Tribunale di Palermo. In quello stesso periodo, poi, le lettere del famigerato “corvo” fecero il resto: una fonte ben informata e interna – mai individuata con certezza nonostante i processi – diffuse una serie di lettere per denunciare che Falcone, De Gennaro e altri si erano serviti del “pentito” Totuccio Contorno come killer di Stato, per snidare i corleonesi. Le missive anonime completarono il contesto della “macchina del fango” e furono utili nel rilanciare le calunnie di quanti sostenevano che fosse stato lo stesso Falcone ad organizzare la mancata strage sulle scogliere dell’Addaura, per avere una poderosa spinta nella rincorsa alla poltrona di procuratore aggiunto.

 In realtà, come Tescaroli ben ricostruisce, il fallito attentato dell’Addaura ha altre origini: è uno dei tanti tentativi messi in piedi da Cosa Nostra per eliminare uno dei nemici più formidabili. Inoltre, la possibilità di colpire insieme a Falcone anche i membri della delegazione svizzera, tra cui il procuratore Carla Del Ponte, furono una concausa decisiva. Non solo vendetta ma anche prevenzione per i possibili danni che la collaborazione italo-svizzera avrebbe potuto infliggere: a questi moventi si aggiunse anche quello, ulteriore, della eliminazione di quei soggetti che erano venuti a conoscenza del possibile tradimento di un servitore dello Stato, quel Bruno Contrada che, solo anni dopo, avrebbe visto concretizzarsi le voci e i sospetti su di lui in accuse e condanne. Nella seconda parte del volume, il giudice che ha sostenuto l’accusa nei processi di Capaci e dell’Addaura, analizza i moventi della strage del 23 maggio 1992. Intanto una motivazione di vendetta che i maggiori capi di Cosa Nostra nutrivano con rancore verso colui che consideravano la vera spina nel fianco, proprio in ragione del nuovo ruolo assunto da Falcone al ministero di Grazia e Giustizia, dove andava promuovendo riforme legislative e innovazioni operative in grado di colpire più efficacemente la mafia. Inoltre, si temeva la capacità di Falcone di vedere oltre: si volevano cioè prevenire gli approfondimenti investigativi che il magistrato aveva avviato per cogliere le nuove modalità di gestione degli appalti pubblici da parte della consorteria mafiosa.

Tutto questo avvenne in un passaggio epocale per la nostra Repubblica: le inchieste di Mani Pulite andavano scoprendo la corruzione in capo ai partiti fondanti la Costituzione e una intera classe dirigente cadeva sotto le rivelazioni investigative. I boia di Cosa Nostra pigiarono quindi il pulsante di Capaci con l’intento di accelerare il cambio dei referenti politici ed istituzionali, fino a quel momento garanti di interessi inconfessabili. È lì, nel cratere dell’autostrada che porta a Palermo, che nasce la strategia stragista che poi affonderà ancora nelle carni del Paese tra il 1992 e il 1993, passando per la trattativa tra Stato e mafia e per l’eliminazione di Paolo Borsellino e della scorta. Tescaroli chiude le sue riflessioni evidenziando come, dopo aver colpito l’ala militare della mafia «si è estesa e rafforzata la politica malata e la componente economico – affaristica: la concentrazione sul braccio armato di Cosa Nostra ha lasciato maggiore libertà alla mafia politica».

E in quella direzione occorre oggi indagare per arrivare finalmente alla verità sul passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.