Marsala, condanna a 15 anni per Tumbarello, il medico che curava Messina Denaro

Messina denaro

I giudici non gli hanno creduto. Lui, Alfonso Tumbarello, medico, ha detto di essere stato ingannato. Di non sapere che dietro l’alias di Andrea Bonafede c’era il boss Matteo Messina Denaro. Il Tribunale di Marsala lo ha condannato. Accolta la richiesta del pm Gianluca De Leo della Dda di Palermo.

Ad Alfonso Tumbarello, 73 anni, medico di Campobello di Mazara,  sono stati inflitti 15 anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa e per falso. Tumbarello, sottoposto ai domiciliari, difeso dagli avvocati Giuseppe Pantaleo e Gioacchino Sbacchi, era in aula ed ha ascoltato senza fare smorfie la sentenza.

Personaggio parecchio noto nella provincia di Trapani, medico blasonato, un passato da politico, Forza Italia, consigliere comunale e poi consigliere provinciale, candidato a sindaco, aderente alla massoneria. La sua figura sembra sovrapporsi a quel reticolo ancora in parte celato che per la Procura avrebbe aiutato Matteo Messina Denaro mentre sfuggiva a chi lo cercava, e nel frattempo trasformava Cosa nostra in una holding. 

Il nome di Alfonso Tumbarello venne fuori già a poche ore dall’arresto del capo mafia, avvenuto il 16 gennaio 2023 quando i Carabinieri del Ros riuscirono a mettere fine a quella latitanza che era cominciata nel 1993. Matteo Messina Denaro venne catturato  all’ingresso della clinica “La Maddalena” di Palermo, dove si sottoponeva alla chemioterapia prescritta dal suo medico di base.

Nove mesi dopo, a settembre, mentre Tumbarello era stato già arrestato, Messina Denaro, 61 anni, moriva di cancro nel reparto riservato ai detenuti dell’ospedale de L’Aquila. Prima, dalla cella del 41bis tentò anche di “coprire” il suo medico, sostenendo che non sapeva davvero chi lui fosse. Le indagini hanno dimostrato l’opposto. Il processo svoltosi a Marsala ha fatto emergere quasi una sorta di storica contiguità tra Tumbarello e i Messina Denaro. Tumbarello divenne medico del boss per la sua “riconosciuta affidabilità” ha detto durante la requisitoria il pm Gianluca De Leo.

Tumbarello ha personalmente visitato il boss latitante «più ricercato al mondo», è stato il primo a diagnosticargli il tumore, gli ha prescritto, in quasi due anni, più di un centinaio di farmaci e analisi mediche intestandole ad Andrea Bonafede, intanto pure lui condannato, che in realtà godeva di ottima salute. Tanto che il pm ha provato nel corso del dibattimento come in una stessa giornata capitò che il medico Tumbarello sottoscrisse ad Andrea Bonafede due certificati, uno di sana e robusta costituzione, per frequentare una palestra, e poi una prescrizione oncologica. Ovviamente la prima per il vero Bonafede, la seconda per il latitante. 

Messina Denaro era nascosto a Campobello di Mazara, il paese che nei “pizzini” indicava come “Macondo” e lì era sostenuto da un cerchio magico, medico Tumbarello compreso. I giudici di Marsala hanno dato ragione alla Procura di Palermo, il medico Tumbarello era «consapevole e informato della reale identità del paziente». Il medico era anche lui un ingranaggio di quel sistema che proteggeva il boss, tra maggiordomi e cameriere, insegnanti e famiglie dal nome potente, quello dei Bonafede, storici esponenti di Cosa nostra. Matteo Messina Denaro era latitante a casa loro.

Ma è emerso contro Tumbarello anche altro. L’assoluta assenza nei data base dei dati sanitari per il “Bonafede” affetto dal tumore, l’inesistenza di quelle pratiche che vengono svolte all’Inps per i malati oncologici al fine di fare riconoscere i previsti benefici di legge. I periti hanno accertato manomissioni informatiche, così da occultare quelle certificazioni che però ugualmente sono venute fuori.

Tutto questo accadeva a Trapani, nello stesso distretto sanitario che non più tardi di un anno addietro si è scoperto essere al centro di uno scandaloso ritardo: una trentina di referti istologici consegnati in ritardo ai malati. Matteo Messina Denaro a una decina di giorni dall’esame che ne confermava la grave diagnosi, era già sul tavolo operatorio per un primo intervento. E’ certo che lui non ha incontrato ritardi nelle cure mediche pubbliche.

A tenere i rapporti tra boss e medico è stato anche un altro Andrea Bonafede, classe ’69, cugino del prestanome, anche lui già condannato. Tumbarello consegnava a questi le ricette, ritirate presso il suo ambulatorio. Un circuito di relazioni ad alta protezione. Non si curava la privacy del paziente, ma si nascondeva il latitante. Tutto questo tra il 2020 e i giorni della cattura. Prescrivendo in totale 45 ordini di ricovero, esami diagnostici e 68 prescrizioni di farmaci. 

Incastrato da tante anomalie. Ad Andrea Bonafede assegnava giorni di riposo per un paio di banali incidenti domestici, così per poterlo fare assentare dal lavoro, nessuna certificazione di astensione invece per malattie oncologiche. A differenza di altri pazienti affetti da malattie tumorali, per il finto Andrea Bonafede non risultavano contatti diretti. Niente comunicazioni, mentre le prescrizioni invece venivano ugualmente emesse.

Un rapporto anomalo tra medico e paziente, che subito si spiega con la realtà che invece si celava dietro, Tumbarello sapeva di curare il boss e ne ha protetto l’identità, svelata dai Carabinieri il giorno dell’arresto.

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