Latitante trapanese arrestato a Tenerife

Paceco

Lui si trovava in uno slargo del residence dove  si apprestava a festeggiare la notte dell’ultimo dell’anno, circondato e confuso tra la gente che faceva festa. Tutti vacanzieri e senza pensieri, ospiti, come lui, in una delle isole più belle del «paradiso» incantato delle Canarie, Tenerife, arcipelago spagnolo davanti la costa atlantica africana. Il protagonista di questa storia non era però un turista ma un latitante, ricercato per un triplice delitto. Salvatore Marino, 50 anni, pacecoto, nel giugno scorso è stato condannato al carcere a vita con suo cugino Vito. Insieme, secondo i giudici, fecero scempio della famiglia Cottarelli, Angelo, sua moglie Marzenne e il figlio Luca di 17 anni, «sgozzati» nella loro villa di Urago Mella (periferia di Brescia) nell’agosto 2006, per un contrasto che Vito avrebbe avuto con Angelo Cottarelli e Salvatore era partito con lui da Paceco, per dargli manforte. In primo grado la Corte di Assise bresciana li aveva assolti, in secondo grado invece la sentenza venne ribaltata. Pronunciato l’ergastolo i due cugini riuscirono a fuggire via dalle loro abitazioni di Paceco prima che giungesse l’ordine della cattura.
La sera del 31 dicembre un investigatore della Mobile di Trapani si è avvicinato alle spalle di Salvatore Marino. L’uomo non ha avuto tempo di dire una sola parola si è sentito chiamare per nome e ha ascoltato impassibile, basito, la classica dichiarazione che ha sancito il suo arresto. Manette ai polsi e via, in attesa di una estradizione che dovrebbe essere questioni di giorni. Tutto questo è accaduto quando mancavano 20 minuti alle 20 del 31 dicembre scorso. L’operazione è stata condotta dalla Squadra Mobile di Trapani, dallo Sco, il servizio centrale operativo, dall’Interpol (servizio per la cooperazione internazionale di Polizia) e dal nucleo investigativo centrale della Polizia Penitenziaria. Salvatore Marino è stato scoperto in quel suo nascondiglio «dorato» perché nelle scorse settimane un poliziotto della penitenziaria si trovava in vacanza a Tenerife e lo ha incrociato per strada, riconoscendolo, anche per la nota corpulenza. Ha passato l’importante informazione ai suoi superiori ed è scattata l’operazione con il trasferimento sull’isola delle Canarie di un pool di investigatori che hanno calato la rete su Marino, catturandolo. Gli agenti di Polizia hanno eseguito l’ordine di arresto spiccato dal procuratore generale di Brescia, Guido Papalia, le ricerche dei cugini Marino vengono coordinate dal Pm bresciano Domenico Chiaro. 
A pochi giorni dal suo insediamento il questore di Trapani, Carmine Esposito, ha  così potuto verificare sul campo la «valenza» della squadra di investigatori di cui dispone e brindato al nuovo anno suggellato dalla notizia della cattura in Spagna di Salvatore Marino. Un arresto che porta la «firma» di quel gruppo di investigatori trapanesi diretti dal primo dirigente Giuseppe Linares, dal vice questore Giovanni Leuci, dal capo della “catturandi”, ispettore superiore Fabrizio Giacalone, che si occupa nel trapanese della lotta alla mafia, delle ricerche dei latitanti, scovando i nascondigli più segreti e le complicità più insospettabili. La «squadra» che fa parte di quel pool voluto dal capo della Polizia Manganelli per catturare il boss Messina Denaro.
Trapani non è in Italia periferia del crimine e non lo dicono solo le indagini antimafia o la circostanza che questa è la terra del super latitante Matteo Messina Denaro, ma anche indagini come quella sui cugini Marino; a Trapani sono piovuti nel tempo decine di milioni di euro di finanziamenti che invece di eliminare le povertà, le hanno incrementate, determinandio solo la ricchezza per pochi, soldi pubblici che invece di essere spesi sono finiti in parte nelle «casseforti» della criminalità, in parte nelle tasche di politici e funzionari che si sono fatti corrompere. C’è una maxi truffa all’Ue che si nasconde dietro la strage della famiglia Cottarelli. Vito Marino con alcuni soci mise su un impero di aziende, scatole quasi vuote, ottenendo fondi per quasi 40 milioni di euro, e questo grazie anche ad un giro di fatture false, una parte garantite a Vito Marino da Angelo Cottarelli. L’improvviso contrasto tra i due, portò alla strage. Vittime sgozzate come animali.
Vito Marino non è uno qualsiasi a Paceco, è figlio di Girolamo, boss mafioso degli anni 70, detto “Mommo u nanu”, era un «’ntiso» e che pensava di potere girare le spalle a Matteo Messina Denaro e fu ucciso nel 1986 nel suo podere. Suo figlio Vito ha scelto la strada dell’imprenditoria, non dimenticando però quella parte di eredità fatta di violenze e omicidi. Gestiva una cantina vinicola che commercializzava vini con etichette particolari, come «Donna Carmela», «Baciamo le Mani». Faceva l’imprenditore come vogliono le nuove regole della mafia «sommersa» di Matteo Messina Denaro, l’assassino di suo padre.