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La perizia balistica e le prove contro il killer Mazzara


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L’ultima udienza del processo per il delitto di Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre del 1988, è entrata nel vivo della cosiddetta “super perizia” balistica disposta dalla Procura di Palermo per fare luce sulle responsabilità del presunto killer, Vito Mazzara,  imputato nel dibattimento con Vincenzo Virga, conclamato capo mafia di Trapani tra il 1982 ed il 2001. La perizia conferma l’esistenza di accorgimenti che l’uomo esperto di armi avrebbe messo a punto in questo delitto e in altri simili ed è stata elemento importante per l’inizio del processo. La super perizia  è stata condotta dal prof. Livio Milone, uno dei luminari della scienza balistica e dall’ispettore Emanuele Garofalo, del gabinetto centrale di Polizia Scientifica di Roma, uno degli esperti che si è occupato di casi internazionali come quelli relativi ai delitti di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e dell’agente dei servizi Nicola Calipari.

Come fu ucciso Mauro Rostagno

La ricostruzione del prof. Milone e dell’ispettore Garofalo è chiara: Rostagno inizialmente è stato “attinto” da due o tre colpi di fucile sparati dalla parte posteriore della Fiat Duna da lui condotta e che transitava nel tratto di strada di Lenzi, in cui serve ridurre la velocità per potere imboccare la stradina che porta alla sede della comunità Saman (comunità terapeutica da lui fondata e nella quale viveva). Sono colpi che lo colpiscono alla spalla destra, alla schiena, una “rosata” lo raggiunge alla nuca. Forse il rimbalzare dei pallettoni lo raggiunsero alla mano sinistra, che risultò ferita al momento dell’esame autoptico, altre abrasioni furono rilevate in altre parti del colpo. Si tratta di colpi di fucile calibro 12. Le ferite non sono lievi ma permettono in quel frangente a Rostagno di potere ancora parlare. Credibile quindi la ricostruzione di Monica Serra, che quella sera accompagnava Rostagno in auto, tornando dalla sede della tv Rtc, che ha detto di essere stata invitata da Rostagno a mettersi giù sotto il cruscotto dell’auto e di stare tranquilla e che tutto presto sarebbe finito. In quel momento secondo il racconto della Serra in sequenza sentì altri colpi, per i periti erano i due colpi esplosi da un’arma corta, una calibro 38, che raggiunsero alla testa Rostagno, uccidendolo.  L’ illustrazione di quanto i periti hanno via via detto è stata fatta in aula mostrando tre foto realizzate durante l’autopsia. Nell’aula bunker si è visto una parte del corpo martoriato di Mauro Rostagno, quel cranio sfondato dai colpi di pistola, la schiena segnata da una serie di “orifizi”, i buchi provocati dai colpi di lupara.

Il fucile esploso

Da anni si parla di questa arma esplosa in mano al killer. “C’è di mezzo l’inesperienza?” Secondo la perizia questa non c’entra nulla. Ma vengono fatte alcune ipotesi. Un fucile calibro 12 Antares di marca Breda è una delle armi più sicure e sofisticate e sono state usate cartucce sovraccaricate. Nelle indagini dei carabinieri –  e la deposizione del generale Montante andava in questa direzione –  si dice che i cacciatori sono soliti sovraccaricare così le cartucce. Il prof. Milone ha confermato aggiungendo: il sovraccaricamento è spesso utilizzato per andare a caccia di prede particolari “e con quel fucile non andrei a sparare a cinghiali”  – ha chiosato –  rispondendo ad alcune domande anche della difesa degli imputati. L’avv. Miceli ha posto una serie di questioni:

 –  i pallettoni trovati sulla cosiddetta “scena del crimine” non erano del peso originario ma più pesanti. Quindi le cartucce erano sovraccaricate ma l’esame delle cartucce non è stato possibile per motivi tecnici all’epoca dei fatti quindi non se ne poteva dedurre peso e lunghezza.

  – In relazione alla tesi della difesa sull’esplosione del fucile in mano al killer i periti hanno  parlato di una “frattura meccanica” (sul luogo del delitto furono trovati i residui di legno della canna e del calcio). La deduzione cui arriva la parte civile – spiega l’avv. Miceli – è invece che il fucile esplose proprio perché chi lo usava si riteneva un esperto di quell’arma e sapeva che poteva caricarla fino ad un certo limite.

Le striature sulle cartucce

 Il perito Milone le ha indicate come “elemento caratterizzante”. Riferendosi a quelle striature sulle cartucce che combaciano nelle comparazioni fatte per quei delitti dei quali Vito Mazzara è stato ritenuto indiscusso colpevole e sconta ergastoli. I delitti che sono analoghi con quello di Mauro Rostagno sono quelli di un piccolo ladruncolo trapanese, Tano Pizzardi e di un duplice omicidio commesso a Partanna, nella Valle del Belice, durante una guerra di mafia dei primi anni ’90, il duplice delitto dell’imprenditore Giuseppe Piazza e dell’operaio (vittima innocente)  Rosario Sciacca. La comparazione delle cartucce tra i delitti Rostagno, Pizzardi,
Sciacca-Piazza, conferma che le cartucce usate subirono un uso a freddo,
cioè sono state passate per i meccanismi di esplosione del fucile senza
però essere davvero esplosi. Su questo punto il prof. Milone ha detto che è possibile che ciò accada.   Il pentito Francesco Milazzo, che verrà sentito nel processo, ha spiegato durante l’istruttoria che questa era una abitudine di Vito Mazzara, quella di lasciare più impronte sulle cartucce in modo da rendere impossibile ogni comparazione balistica, abitudine che però secondo i pm Ingroia, Paci e Del Bene è diventata la “firma” della mafia e sua, di Vito Mazzara, sul delitto Rostagno.  Ma perché fare questa operazione? I pm hanno chiesto se possa esistere una ragione diversa da quella di “confondere le acque”. “E’ una operazione che si può fare – ha risposto Milone – per verificare l’efficienza dell’arma, renderla pronta all’uso, e cioè con le cartucce già in canna. Certo – ha aggiunto –  è difficile che possa essere opera di un cacciatore che di solito non va sul terreno di caccia con l’arma pronta e carica”. Alla domanda poi se in altre perizie balistiche era stata riscontrata questa circostanza, le striature a freddo, i periti hanno risposto che per loro era la prima volta che registravano simile cosa.

Le compatibilità con l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe
Montalto, invece riguardano le modalità dell’agguato. Il killer che
entrò in azione, infatti, sparò in maniera così precisa contro la sua
vittima che sedeva in auto e al posto di guida, così come Rostagno, da
non colpire la moglie di Montalto, Liliana Riccobene che era seduto al
fianco del marito, e la figlioletta che stava nel sedile posteriore. E
per l’omicidio Rostagno avvenne qualcosa di simile: rimase incolume la
giovane Monica Serra che era al suo fianco in macchina quando vennero
esplosi i primi colpi d’arma da fuoco.

I rituali mafiosi

Perché la certezza che il delitto non fu commesso da balordi ma da mafiosi? Le risposte dei periti Milone e Garofalo hanno ricondotto i giudici a valutare e confrontare, come hanno fatto loro, gli scenari di altri delitti di mafia. “Purtroppo – ha detto Milone – sono stato chiamato a periziare altri omicidi e il rituale è stato sempre lo stesso: l’uso di un fucile calibro 12 e di una arma corta, una pistola calibro 38, i primi colpi esplosi col fucile per fermare la vittima, la pistola per il colpo di grazia, e la sequenza è quella del delitto Rostagno”. E’ possibile che a sparare sia stata una sola persona? “E’ possibile – ha risposto Milone – dapprima il fucile usato dalla parte posteriore dell’auto che ferma un’auto che non va certo a grande velocità. Poi Rostagno  ha inizialmente fermato la marcia, poi ha cercato di proseguire il cammino, sebbene ferito, ingranando la prima viene raggiunto dai colpi di arma da fuoco. “Sicuramente – ha detto il prof. Milone – due sono state le fonti di fuoco,ossia la pistola e il fucile, è possibile, ha ripetuto, che a sparare sia stata una sola persona, però nel caso specifico sono portato ad escludere che sia stato uno solo a sparare”.

Un pezzo di storia

Vito Mazzara ha seguito l’intera udienza senza mai distrarsi seduto all’interno della gabbia dell’aula bunker più vicino ai banchi della Corte e al banco dove prendono posto le parti civili. Un sacchetto e una bottiglia d’acqua posti vicino, vestito in modo elegante, impassibile mentre i periti rispondevano alle domande delle parti – accusa e parti civili in particolare – che tendevano a ricostruire quello che secondo l’accusa sarebbe stato il suo criminale comportamento la sera del 26 settembre del 1988 nelle campagne di Lenzi. Non ha mai fatto una smorfia né un movimento di disappunto. Di lui i mafiosi anni addietro intercettati dopo il suo arresto, dovuto al delitto di Giuseppe Montalto, sono stati sentire parlarne con grande rispetto, e con la paura che facendogli mancare qualcosa avrebbe potuto pentirsi, “sarebbe un guaio – dicevano i mafiosi – perché lui è un pezzo di storia”. 

Prossime udienze

Il processo prosegue il 9 novembre con l’audizione di tutti coloro i quali si sono interessati a repertare la scena del crimine, il 16 novembre tornerà  per la terza volta in aula il maresciallo dei carabinieri Beniamino Cannas, questa volta dopo che la sorella di Rostagno, Carla, ha riferito, quando è stata sentita, di un colloquio con lui durante il quale da Cannas apprese che il fratello aveva a suo tempo riferito che era andato a trovare il boss di Campobello di Mazara, Natale L’Ala. Il nome di L’Ala era tra quelli inseriti tra gli atti d’indagine sulla loggia massonica segreta Iside 2 scoperta dalla Polizia nella metà degli anni ’80, L’Ala sebbene sorvegliato speciale grazie ai buoni uffici della massoneria segreta era riuscito ad ottenere daslla prefettura di Trapani il rilascio della patente. Altre udienze nei successivi due mercoledì di novembre.