Il riflesso autoritario dei sindacati di polizia

Poliziotti scontri

Dieci anni fa, quando dirigevo le Edizioni Gruppo Abele, sollecitai Luigi Notari, storico dirigente del Siulp (uno dei primi sindacati di polizia), a una riflessione su polizia e democrazia. Ne uscì un libro-intervista con Mauro Ravarino (giornalista del manifesto), dal titolo Al di sotto della legge, riassuntivo di una speranza, nata con la sindacalizzazione e la smilitarizzazione, già allora, secondo lo stesso Notari, ampiamente appassita. La cosa mi è tornata alla mente ieri in occasione di un episodio grottesco accaduto a Torino, dove Volere la Luna ha organizzato, per giovedì prossimo, un incontro sullo stesso tema, dal titolo “La polizia. Al di sopra della legge?”, con la partecipazione, oltre a me e di Turi Palidda (autore di numerosi saggi sulla polizia), Nicola Rossiello (segretario provinciale del Silp) e Rita Rapisardi (giornalista del manifesto).

Non sarebbe una notizia se a renderla tale non ci avessero pensato cinque sindacati di polizia (Siulp, Sap, Siap, Coisp e Fsp) scesi in campo con uno scandalizzato comunicato per esprimere la loro “profonda indignazione” per una “iniziativa chiaramente orientata a mettere sotto processo le Forze dell’Ordine” e, soprattutto, per la scelta di un sindacalista di polizia “di prestarsi a un palcoscenico che strizza l’occhio alle narrazioni anti-poliziotti” e “sedersi accanto a chi da anni delegittima il nostro lavoro”.

Non varrebbe la pena di soffermarsi sul punto se la polemica non evidenziasse una questione di carattere generale. Tra gli indignati censori dell’iniziativa, infatti, c’è chi (la Fsp) non più di un mese fa, organizzò a Torino un corso di formazione del personale di polizia, inizialmente avallato dal questore (poi smentito dallo stesso ministro dell’interno), con la partecipazione dell’ex generale e ora leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci. Sorprende un po’ che, a chiedere “obiettività”, insieme a quel sindacato, scenda in campo anche il Siulp, un tempo (ahimè molti anni fa) protagonista di importanti battaglie democratiche. E non basta trovare in ciò la conferma dell’antico e non commendevole costume di adeguarsi al clima che cambia.

Occorre, piuttosto, interrogarsi sulla cultura eversiva che pervade molte rappresentanze degli operatori di polizia, in evidente contrasto con il rapporto tra polizia e cittadini richiesto dalla Costituzione, richiamato dalla Corte costituzionale nella sentenza 341 del 1994, dichiarativa dell’incostituzionalità del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto “non consono alla tradizione liberale italiana né a quella europea, e prodotto della concezione autoritaria e sacrale dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini tipica di quell’epoca storica”.

Si tratta, all’evidenza, di concetti estranei alla prassi e alla cultura di chi rifugge il confronto pubblico e preferisce appoggiarsi a – ed essere appoggiato da – esponenti della destra estrema e attestarsi in chiusure corporative (lo sapeva bene, del resto, quel ministro dell’interno francese a cui si deve il rilievo che “per tenere sotto controllo il personale di polizia è meglio avere molti sindacati”). Noi continuiamo a pensare che la credibilità di una forza di polizia non stia nell’autorità o in impropri privilegi, ma nella sua consonanza e capacità di dialogo e di confronto con i cittadini. Di questo si palerà nell’incontro torinese e il fatto che ad esso partecipi un esponente del Silp è un segnale che, nonostante tutto, anche all’interno degli apparati il confronto è aperto. Almeno questa è una buona notizia.

Fonte: il manifesto

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