La minaccia di distruggere un’intera civiltà – un altro genocidio – come ha fatto Trump non può essere archiviata come un mossa da abile trattativista. Sarebbe un altro passo verso l’accettazione che esiste solo la legge del più forte.
Ma così ha ottenuto la tregua con l’Iran, dirà qualcuno. Sempre ammesso che sia l’iperbole trumpiana ad aver creato queste condizioni e non le pressioni da (quasi) tutto il mondo che vedono gli Usa come elemento di instabilità, sarebbe una magra consolazione. Per diversi motivi.
Il primo è che la tregua congela lo scontro, non lo risolve. È già sotto gli occhi di tutti. Quindi un domani Trump potrebbe ripetere quella minaccia genocidiaria, ma se tornasse nuovamente indietro perderebbe totalmente credibilità. Che fa allora, usa davvero l’arma atomica?
Il secondo motivo è che nei 10 punti che sono la base dell’apertura delle trattative tra Iran e Usa a quanto ci è dato sapere c’è molto petrolio, un po’ di nucleare, accenni agli equilibri regionali ma non c’è una sola parola sulla situazione dei diritti umani. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso – tipo la libertà delle donne iraniane – ma quella piattaforma per la pace evidenzia una costante: i tiranni fanno accordi solo per i loro interessi, non gliene frega niente, ma proprio niente della condizione dei detenuti politici, dei dissidenti, delle spose-bambine…
Credere nell’equivalenza bombe = libertà è una sciocchezza, o se preferite un’ingenuità. Che pagano caro le vittime.
Ci sarebbe un terzo motivo per definire la tregua fra Iran e Usa un pannicello caldo: il leader israeliano Netanyahu dice che non riguarda il Libano. Tradotto: vado avanti a bombardare civili, far saltare ponti e strade, distruggere tutto quello che voglio in una nazione confinante. L’impunità assoluta per alcuni stati è il tritolo che fa saltare il diritto internazionale.
Non so chi scriva i discorsi di Papa Leone, ma le parole che ha pronunciato poco prima di Pasqua sono la migliore definizione del periodo che stiamo vivendo: “un mondo conteso tra potenze che lo devastano”.
Danilo De Biasio è direttore del Festival dei Diritti Umani



