La sinistra, il campo largo, il partito dei pubblici ministeri. Gli antigarantisti, gli statalisti. Si dicono stupidaggini per perdere un referendum, e poi, non sazi, stupidaggini per spiegare la sconfitta. Da chi è parte in causa ma anche da chi è osservatore «neutrale». Vorrei allora, molto modestamente, raccontare il referendum che ho visto e vissuto io, magari un pochino serve.
Quando tutto è iniziato non me ne importava quasi niente. Ho via via declinato gli inviti a entrare nei vari comitati del No, a volte suscitando stupore nei miei interlocutori. Il fatto è che questa storia dei giudici e dei politici andava avanti da decenni e non mi appassionava più. Muffa ideologica. Dal referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati, d’altronde, la mia considerazione verso la categoria dei giudici è molto scemata. Ricordate il monito di Mattarella del 2018?
In dicembre incontro un mio grande amico, Armando Spataro, ex procuratore, un impegno instancabile contro terroristi e ‘ndranghetisti, e la ferita mai rimarginata di cinque governi di fila che oppongono il segreto di Stato alla sua inchiesta sul rapimento di un cittadino egiziano, Abu Omar, a Milano da parte della Cia. È in partenza, gli chiedo dove va, mi risponde che ha un giro di dibattiti sul referendum. Penso con noia ammirata: «Ancora qui siamo». E penso pure «fra l’altro stravinceranno». Ma lo capisco, Armando, con quel caso Abu Omar che ancora gli brucia. Ne scrive, manda in giro fitte note sul referendum.
Si impegnano amici milanesi e genovesi. Esponenti di comitati che conosco da tempo, sparsi sul territorio, come si dice. Quando però so che i comitati per il No si appoggiano alla Cgil, pronostico «sconfitta sicura». Ha già perso sonoramente un referendum, la Cgil. Ci manca solo di mettere le bandiere rosse accanto ai giudici e per gli altri sarà una manna.
Presidente del comitato di “società civile” è la mia amica Rosy Bindi. Tutto negli schemi, mi convinco. Bravissima, ma considerata di sinistra. Ma perché mai andare alla disfatta, e poi per una categoria che è stata così drammaticamente incapace di tener fede alla storia dei suoi eroi?
Nelle serate tra amici noto che quelli più cari insistono perché mi dia da fare. Giuseppe, attivissimo insegnante antimafia, arriva ogni volta a tavola portando con sé citazioni sul referendum (Zagrebelsky, Caselli, Turone, ecc.) sottolineando -senza dire altro – la distanza tra la mia scelta e quella di personalità autorevoli e amiche. Una sera a cena Guido, già promotore pubblicitario di Radio Popolare, fa a tu per tu il tentativo estremo: se non vuoi farlo per i giudici fallo per la Costituzione. In fondo è colpita da questo referendum, no?
Ora, se posso riconoscermi nella mia vita un merito, è quello di sapere ascoltare. Ci penso. Già, la Costituzione. E ascolto quello che dicono progressivamente quelli del Sì. Una bufala dietro l’altra. E una carica crescente di odio sociale, soprattutto verso gli immigrati.
Ripasso le cose ragionevoli che qualcuno di loro dice. Penso che, come già per il referendum Renzi, sono tutte cose che, volendo, si possono ottenere con circolari o regolamenti. La denuncia storica degli avvocati, ossia le porte girevoli per i passaggi di funzione (giudicante o requirente), è stata di fatto assorbita dalla legge Cartabia. Ormai i casi riguardano lo 0.5 per cento dei magistrati in servizio. Perché allora scassare la Costituzione? Come mai?
Qui ho l’illuminazione. Qui tutto cambia. Ha ragione Guido. Solo che non c’è di mezzo «anche» la Costituzione. Il problema «è» la Costituzione. Dalla Commissione bicamerale in poi eterna nemica di chi ha il potere politico e ne vuole sempre di più ed è allergico ai limiti imposti da ogni tipo di diritto. E poi l’odio sociale che deborda dalla campagna dei “garantisti” è quanto di più anticostituzionale ci sia.
Vengo invitato a «Propaganda» da Diego Bianchi. Mi spiega che però non potremo parlare di referendum, questione di par condicio. Solo che nel frattempo le tivù brulicano di interventi in materia. Sicché si prende licenza di farmi una domanda. Io rispondo con le poche cose che ho detto qui, condite dalla frase che inizierà a girare sui social: «E noi per uno 0.5 per cento di magistrati interessati dal problema abroghiamo sette articoli della Costituzione? Ma siamo matti? Ma siamo matti?».
Il giorno dopo mi telefona Giovanni Bachelet, presidente del comitato della società civile per il No, che conosco dai tempi in cui ero parlamentare. Lui coordina, sospinge, viaggia e ancora viaggia. Mi chiede se voglio farne parte e a quel punto aderisco. Ora sì che fiuto l’aria. Non c’è muffa intorno a me, ma uno scontro evidente, straordinariamente vivo, sui grandi principi.
Mi tuffo nel mondo del No. Certo, ci sono tanti magistrati, ci sono quelli che stimo di più. C’è da tempo anche un ex pm che fa educazione alla legalità e ha proposto l’abolizione del carcere. Si chiama Gherardo Colombo, amico grande pure lui. Mi prospetta la situazione. Fece le inchieste di Mani Pulite con Di Pietro. Solo che Di Pietro sta col Sì per ragioni che ancora non ho capito. Che Gherardo stia con la Costituzione mi è chiarissimo.
I giovani ricercatori che conosco in università stanno con il No, sono i più contenti che io non mi tenga più fuori dalla mischia. Due dei più giovani, Ilaria e Andrea, si danno da fare in giro per filmare, commentare. E confezionano anche i miei interventi mandandoli e promuovendoli in rete. Ritrovo accanto persone che non avrei pensato. Anche chi, così vengo a sapere, non vota più da dieci anni, dal referendum Renzi.
Non intercetto, nelle mie settimane, nessun dirigente di partito che organizzi qualcosa «sul territorio», forse non vogliono politicizzare troppo la partita e fanno bene. Il sindacato si muove in modo intelligente. Offre servizi, un ottimo servizio stampa, ma non pretende di metterci la bandiera. Incontro diversi “avvocati per il no”, alcuni timorosi delle rappresaglie professionali, le pressioni delle camere penali sono forti. Così mi dicono, io non c’entro, non mandatemi smentite. Ma gli avvocati per il no ci sono e non fanno notizia, fanno notizia solo i politici di sinistra per il sì. Magnifica informazione, penso.
Una sera intuisco per la prima volta che i No possono vincere. Accade a una manifestazione a Rho, promossa soprattutto da una consigliera comunale legata a Libera, dove mi ritrovo con Salvatore Borsellino e un giovane preparatissimo dal cognome profetico, Andrea Giudici. Lavora a Monza, non è un piemme, ma proprio un giudice. Ci sono 500 persone, resto di stucco. Penso che questa è società civile, altro che partiti. Faccio l’esperimento delle teste bianche in platea. Riesce per metà, perché ci sono anche i giovani.
Capisco che però, con i giorni che passano veloci, l’importante è fare brevi video e farli girare. Non si può andare dappertutto. Succede quello che avevo scoperto per la prima volta ai tempi di Pisapia sindaco. I social saranno una maledizione ma quando si stringe la liberà di informazione, quando impera la «dispar condicio», sono la manna. Mi arrivano da ogni parte d’Italia, da Genova a Palermo, vignette fulminanti. Al cui confronto le bufale dei Sì su Garlasco e gli stupratori diventano, anziché accuse volgari, strepitose barzellette.
Mia figlia mi invita ad «aprire» Instagram, perché le sue amiche (nessuna delle quali fa politica) non riescono a inoltrare i miei video. Amici palermitani mi tranquillizzano: «E vuoi che noi votiamo contro i giudici con quello che abbiamo visto nelle nostre strade?».
In pochissime settimane è nato un movimento in difesa della Costituzione. Mi scrive dalla Lombardia per un consiglio la vedova di un maresciallo dei carabinieri ucciso in servizio, lei non crede molto che con la separazione delle carriere quel che è toccato a lei e ai suoi figli non succederà più. Mi contatta una volontaria in un carcere veneto: «Gli avvocati con cui collaboro mi dicono di votare sì, ma io non sono convinta». Subito i video di Ilaria e Andrea. «Ho deciso, non ci penso nemmeno».
Giungono inviti da studenti dalle scuole in autogestione. Vedo giganteggiare persone della società civile. Gad Lerner si fa in quattro, un paese dietro l’altro, Benedetta Tobagi è diventata un mito per l’entusiasmo e la forza degli argomenti, Rosy Bindi, quella a cui la politica ha dato il benservito perché «è finito il suo tempo e ora servono i giovani», spopola nelle sale e scalda i giovani. Libertà e giustizia, circoli – anche politici -, giornalisti, docenti universitari, artisti che si pronunciano, vignettisti.
E tuttavia sembra che tutto questo sia invisibile. In tivù invitano i pubblici ministeri perché, a partire da Nicola Gratteri, sono famosi e rispondono agli schemi, come ai tempi dei girotondi invitavano Nanni Moretti e qualche «maschio» mentre il lavoro lo facevano donne che «non bucavano il video» (l’alibi panzana per eccellenza) da Milano a Roma, da Napoli a Cagliari e a Palermo.
Per questo, non per altro, avete visto in tivù tanti magistrati. Ma da quando si è passati dai dati tecnico-giuridici ai dati di scenario il loro ruolo è diminuito. La stampa gonfia però quelli del Sì. Diventa una notizia perfino il Sì di Minniti, al confronto il No di Vasco, idolo delle masse, è zero. Come se in America oscurassero Bruce. Certo, Bruce.
Perché anche l’America entra nei dibattiti, anche Trump: ma davvero anche noi vogliamo liberare chi ci comanda dai vincoli del diritto? Davvero vogliamo un Paese «alla Trump», in cui il potere politico insulta la Corte suprema, come ha già fatto Nordio col Csm? Ma l’avete visto Mattarella difendere con la sua presenza il Csm? Non vi dice niente? Obiezione: ma l’argomento è la separazione delle carriere, che c’entra…
Infatti: Garlasco e gli stupri e la famiglia del bosco. La realtà è che il movimento per la Costituzione non ha parlato «d’altro», ma ha letto (o semplicemente ha «sentito») il contesto e ne ha avuto paura. E ne hanno avuto paura gli astenuti. E anche, sissignori, ufficiali dei carabinieri e l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, che lo ha pure detto pubblicamente. Ancora una volta il popolo ha difeso la «sua» Costituzione.
Non per conservatorismo. Ma per un futuro diverso. Certi imprenditori giovani del No, che non sono esattamente i balneari, potrebbero dare lezione di innovazione e cosmopolitismo a chiunque. Basta conoscerli, parlarci, invece di sentenziare.
Già, i giovani. Bisognava vedere la gioia con cui ballavano a gruppi in piazza Duomo alla notizia del trionfo. Niente simboli di partito. C’era solo una bandiera di Avs. La stragrande maggioranza di loro ha votato No, dice niente? C’è che vedono le cose senza paraocchi. La Palestina abbandonata allo sterminio, gli immigrati trattati con linguaggio da Casa Pound, i coetanei fuori sede tenuti lontani dal voto. Conta? Non conta?
Scrive una ragazza siciliana all’estero: «Quando abbiamo appreso che non sarebbe arrivato il voto ai fuori sede, ci siamo sentiti piccoli e impotenti. […] Tantissimi hanno smosso mari e monti per tornare nel posto in cui hanno la residenza. Abbiamo parlato a tutti, ne abbiamo parlato ai “grandi”, noi giovani… Gli stessi social che utilizziamo per futili motivi o per vezzo personale sono diventati gli affluenti di questo fiume di indignazione e repulsione per quello che stava accadendo e sarebbe accaduto se questa riforma fosse diventata realtà».
Qualcuno avrebbe dovuto cogliere l’ovazione a don Ciotti dei 50 mila di Libera il giorno prima delle elezioni, quando a Torino, credo involontariamente, ha esortato a «dire no» ai mali che aveva elencato.
Il 21 marzo è la giornata delle vittime innocenti di mafia: c’erano centinaia di familiari di vittime di mafia davanti a lui ad applaudirlo. Nessuno di loro dava evidentemente la colpa dei mali del Paese e delle loro sofferenze alla mancanza di separazione delle carriere. A loro, familiari, l’auspicio della capo di gabinetto di Nordio di «liberarsi dai magistrati» era piuttosto sembrata un’autentica bestemmia.
Mi scuso per il disordine e le tante possibili smemoratezze. Ma è davvero successo in poche settimane qualcosa di grande, che andrà rivisto con attenzione. Da tutti, anche dai vincitori.
Proprio verso la mezzanotte di lunedì ho ricevuto due testimonianze da membri del Comitato del No che erano andati alla festa dei partiti in piazza Barberini a Roma. La prima, furibonda: «I partiti dicono che hanno vinto loro, ma è stata una vittoria della società civile, dei giovani e dell’antifascismo». La seconda, rassegnata: «Quando li ho sentiti parlare ho salutato e me ne sono tornato a cena con mia moglie; come diceva Totò, “signori si nasce e io, modestamente, lo nacqui”». Che nessuno si monti la testa.
Fonte: Corriere della Sera



