Una mafia fiaccata e privata dei capi storici, ma ancora disposta a non mollare: è questo l’identikit di Cosa Nostra gelese, emerso anche dalle ultime operazioni messe a segno dalla magistratura nissena. Un obiettivo, però, avrebbe caratterizzato gli ultimi anni dell’organizzazione, in grado di mettere a ferro e fuoco Gela e la provincia di Caltanisetta a cavallo fra gli anni ’80 e ’90: arrivare in riva allo stretto per espandere i propri affari nell’area del messinese.
Non soltanto il mare peloritano ma anche le aree interne dei Nebrodi, quelle più rurali. Due nomi, su tutti, confermano le coperture che la cosca Emmanuello avrebbe utilizzato per arrivare in provincia di Messina. Si tratta di Bartolomeo Testa Capizzi e Gabriele Stanzù: il primo, imprenditore nel settore edile, legato al boss Sebastiano Rampulla; il secondo, invece, attivo nella zona di Enna, e legato al gruppo di Cosa Nostra di quella provincia, ma con diverse disponibilità immobiliari a Messina.
Di loro, dopo alcune inchieste, oramai risalenti a qualche anno fa, si è ritornato a parlare di recente. L’imprenditore messinese è stato arrestato a fine novembre perché accusato di aver imposto, ai titolari di un’azienda di Gela aggiudicataria di lavori per la realizzazione di un tratto della strada che collega i centri di Capizzi e Cerami, le proprie forniture di mezzi ed inerti.
Testa Capizzi, inoltre, avrebbe preteso dai colleghi circa 26 mila euro per evitare problemi all’interno del loro cantiere. Questo era il prezzo per stare tranquilli. Imponeva il pagamento perché legittimato dai gruppi criminali della zona: così oppure niente. Gli inquirenti ritengono che proprio Bartolomeo Testa Capizzi, insieme a diversi allevatori della zona, avrebbe assicurato la disponibilità di nascondigli ad uno degli storici capi di Cosa Nostra gelese.
Daniele Emmanuello, ucciso nel corso di un blitz dalle forze dell’ordine all’interno di un casolare nelle campagne di Enna nel 2007, si sarebbe nascosto anche nelle aree rurali del messinese per sfuggire alla cattura. Proprio seguendo questo filone, emerge anche il nome di Gabriele Stanzù: allevatore dell’ennese ma capace di muoversi nel territorio di Messina.
Stanzù è finito in manette qualche giorno fa, perché accusato di aver commissionato l’omicidio dell’operaio ennese Franco Saffila. La vittima, freddata dai colpi sparati dai killer di Gela messi a disposizione dai fratelli Emmanuello, aveva una colpa. L’operaio era considerato responsabile dell’omicidio del padre di Gabriele Stanzù, ucciso per contenziosi sui confini di alcuni possedimenti agricoli.
Saffila venne assassinato nel settembre del 1998: i killer di Gela sarebbero intervenuti proprio per assicurare l’eliminazione dell’uomo e, così, ingraziarsi lo stesso Stanzù. Sì, perché l’allevatore ennese avrebbe potuto aprire le porte della provincia di Messina al gruppo capeggiato da Daniele Emmanuello. Ma non solo il gruppo Emmanuello: la mafia di Gela aveva già stretto legami nell’area di Messina attraverso l’iperattività del gruppo ancora oggi retto dal boss Giuseppe Madonia.
Gruppo rappresentato, soprattutto dopo la cattura del capo avvenuta all’inizio degli anni ’90, dal professore di educazione fisica Carmelo Barbieri. Fu proprio il docente, con molti interessi anche in edilizia e nel settore dell’ortofrutta, ad organizzare, insieme a Giuseppe Lombardo e Gaspare Famà, un traffico di droga sull’asse Gela, Milazzo, Milano.
Ad appoggiarlo, il ristoratore di Milazzo Francesco Doddo, titolare di un ristorante nella città messinese. Era proprio Doddo, come ricostruito dai magistrati nelle sentenze sul procedimento Grande Oriente, a viaggiare fra la Sicilia e la Lombardia, alla fine degli anni ’90, per piazzare la droga, soprattutto cocaina, servendosi di un appoggio sul luogo, il compaesano Angelo Addabbo, titolare di una carrozzeria alla periferia di Milano.
Il traffico, però, passava dal gruppo gelese di San Giuliano Milanese, retto da Emanuele Argenti. Rapporti, affari, coperture, reciproci favori: è stato questo, fino ad oggi, il rapporto fra mafie sulla tratta Gela – Messina. Legami, in grado di far sconfinare i gelesi anche oltre lo Stretto. Fu proprio Carmelo Barbieri a creare i contatti con i calabresi Giovanni Trapani e Carmelo Giordano, per mettere in regola diverse imprese attive in Calabria.
Senza contare i rapporti, ancora in atto, ma in trasferta, in Lombardia: dove gelesi e calabresi si dividono le piazze di spaccio per evitare conflitti. L’operazione Tetragona, condotta qualche mese addietro fra Gela, Genova e la provincia varesotta, condusse all’arresto di oltre 60 presunti affiliati ai gruppi mafiosi di Gela: tra i nominativi, però, anche quello di Sebastiano Pelle, dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta.



