“Diritto alla verità” per tutte le vittime: lo impone la Carta

Memoria della strage di via dei

Domenica trenta novembre scorso ho partecipato a un convegno promosso da Salvatore Borsellino, sul tema dell’introduzione nel nostro ordinamento del diritto costituzionale alla verità.

L’idea è condivisibile ed esplicita un principio che impregna la Carta del 1948. È un diritto che dovrebbe avere uno spazio autonomo nel suo seno, posto che costituisce una precondizione del giusto processo, l’icastica attuazione della giustizia e che costituisce un’estrinsecazione dei diritti fondamentali di ogni soggetto sia nella dimensione individuale sia in quella collettiva.

Un diritto che dovrebbe essere assicurato dallo Stato, quale manifestazione della sua forza inesauribile, attraverso gli inquirenti e i giudici e costituire lo scopo irrinunciabile di ogni procedimento penale.

Il diritto alla verità dovrebbe nutrirsi di alcuni corollari per essere effettivo. La stabilità delle regole, il rispetto delle garanzie individuali dell’indagato, la necessità di un processo celere che si pronunci sulla responsabilità o meno degli imputati e soprattutto l’indipendenza del pubblico ministero, che va ulteriormente rafforzata, con un depotenziamento del meccanismo gerarchico che governa le procure, perché costituisce la garanzia per attuare il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e consente di neutralizzare i condizionamenti derivanti da esponenti di altri poteri e dal ricorso a scelte opportunistiche.

Sono i vuoti di conoscenza, a più riprese accompagnati da depistaggi, che hanno attraversato l’agire criminale, che si è snodato lungo il sentiero del tempo che ha attraversato gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, allorché membri appartenenti alla destra eversiva, alle BR e all’associazione mafiosa cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività.

Alle bombe nere dei neofascisti e alle azioni dei brigatisti degli anni della strategia della tensione si affiancarono le stragi e i c. d. omicidi eccellenti fortemente voluti ed eseguiti dai corleonesi, nel quadro di ipotizzate, ma mai dimostrate processualmente, convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione mafiosa. Ipotesi che alimentano il desiderio di verità.

Molti sono gli attentatori mai identificati e i quesiti rimasti senza risposta.

Chi ideò, organizzò ed eseguì la strage di Benedetto Val di Sambro il 4 agosto 1974, nella Grande Galleria dell’Appennino, sul treno espresso Italicus, che provocò 12 morti e quarantotto feriti?

Chi furono gli esecutori materiali dell’omicidio di Piersanti Mattarella del 6 maggio 1980 e i responsabili dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi, assassinato a Londra, il 18 giugno 1982?

Perché vi è stata l’accelerazione della strage di via Mariano d’Amelio, eseguita 55 giorni dopo quella di Capaci? Perché cessarono gli attentati del biennio 1993-94 nelle città di Roma, Firenze e Milano – che portarono distruzione, paura e insicurezza nell’arco di settantacinque giorni, dal 14 maggio al 28 luglio 1993 – e non venne più replicato l’attentato fallito di via dei Gladiatori a Roma allo stadio Olimpico del 23 gennaio 1994?

Chi e perché venne collocata la Fiat 500, imbottita di esplosivo, pronta per esplodere, in via dei Sabini, davanti al civico n. 5, nelle immediate vicinanze di Palazzo Chigi il 2 giugno 1993?

Nove anni prima, domenica 23 dicembre 1984, vi era sta­ta la strage di Natale. Morirono sedici persone, oltre 260 i feriti. Chi è l’uomo descritto dalla passeggera Rosaria Gallinaro che sistemò i due borsoni scuri pieni di esplosivo plastico alla pentrite, sulla griglia portapacchi posta in alto del corridoio prima dell’ingresso al terzo scompartimento della nona carrozza?

Chi e per quale motivo la notte del 5 novem­bre 1987 vi fu il primo attentato nella storia d’Italia contro un’a­bitazione civile, con la collocazione di una potente carica di esplosivo nel sottosuolo di un condominio di via Toscanini, a Novoli, nella città di Firenze?

Il suggello costituzionale all’obbligo di indagare per dimostrare la verità storica, affinché coincida con quella processuale, è imposto dalla memoria delle vittime innocenti, dalle pene dei loro familiari e dei tanti troppi feriti. Lo esige la coscienza critica e morale della società civile: senza verità, senza verità completa non c’è giustizia.

Luca Tescaroli è Procuratore della Repubblica di Prato

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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