Rosarno si è svuotata, la “cacciata dei negri” ha avuto successo, con
buona pace di quella turba anonima di cittadini che ha vomitato il
proprio razzismo sulla disperazione e sullo sfruttamento dei lavoratori
migranti. Gli aranceti, quest’anno, non avranno più mani africane a
raccogliere arance e mandarini a 25 euro al giorno, senza garanzie, in
mano a caporali e mafiosi, senza guanti e stivali, in mezzo all’acqua
ed al freddo. Gli unici rimasti sono i nordafricani, che adesso
lavorano alle stesse condizioni e spesso anche per metà paga, e i
rumeni, gli europei dell’est. I migranti dalla pelle nera (ghanesi,
gambiani, ivoriani, maliani, senegalesi, ecc.) sono andati via, hanno
scelto di mettersi in viaggio verso altri luoghi, verso altri “padroni”
pronti a sfruttare il loro bisogno di lavoro. Roma, Milano, Napoli,
Foggia, Brescia, Siracusa, ognuno ha scelto la propria destinazione, in
base a ciò che già conosce o a ciò che gli viene suggerito. Perché non
c’è tempo da perdere: la stagione agricola continua e, dopo Rosarno,
c’è da pensare ad altre colture, ad altri cicli.
A Cassibile, frazione
agricola di Siracusa, da fine febbraio a giugno ci sarà la raccolta
delle patate, dei fagiolini e delle fragole. Ci sono campi che
attendono braccia forti e sguardi stanchi, ci sono caporali che
attendono i loro schiavi a cui sottrarre 10-15 euro al giorno, ci sono
i datori di lavoro, i proprietari terrieri, che con la scusa della
crisi pensano di giustificare uno sfruttamento inaccettabile, in nome
di un settore agricolo “dimenticato dallo Stato”, consueta irritante
lamentela di chi, ipocritamente, finge di non sentire il puzzo della
propria coscienza e il peso della propria responsabilità.
Sono invisibili, masse di invisibili che scompaiono per dieci o dodici
o quattordici ore dietro gli alberi, tra le colture, in mezzo ai
terreni agricoli, per poi riapparire la sera, ai bordi della strada,
sfiancati, avviliti, ma pronti a ricominciare, perché domani è un’altra
giornata e non ci si può fermare, perché bisogna vivere e mandare
qualche soldo in patria. Sono invisibili che, alle 3 o 4 di notte, si
ritrovano nella piazza centrale di Cassibile per essere “scelti” dai
caporali: “Tu oggi lavori, tu no, tu sì, tu no”. Una parola, una
decisione inappellabile (se non a rischio di beccarti ceffoni e pugni)
che stabilisce se oggi guadagni da schiavo oppure stai fermo, sempre da
schiavo, in una frazione di 5800 abitanti che, di giorno, ti guardano
male quando passi in quella stessa piazza dove la notte ti usano per il
loro profitto. Un reclutamento illegale che tutti conoscono e nessuno
impedisce. Questa è Cassibile, nota anche per un Cpt, finito sotto
inchiesta e che una delegazione parlamentare guidata dall’on. Rita
Bernardini ha definito “lager moderno”. Un’altra piccola Rosarno, una
delle tante in questo Paese in cui i veri clandestini si chiamano
democrazia e diritti umani. Quanto accaduto a Rosarno, poi, rischia di
amplificare i peggiori istinti di questo piccolo centro rurale, in cui
gli episodi di intolleranza e razzismo sono tanti, avallati da
rappresentanti politici e istituzionali che non vogliono una soluzione
civile che privilegi integrazione e convivenza, ma giocano a fare i
leghisti di quartiere, scaricando tutto sui migranti, su chi lavora
duramente per vivere e per portare sulle tavole degli italiani e dei
cassibilesi i prodotti della terra. Associazioni di categoria che
negano l’esistenza dello sfruttamento, sindacati totalmente assenti,
istituzioni locali che rifiutano le proposte (avanzate da chi sta a
fianco dei migranti) di risoluzione della questione, a partire
dall’eliminazione del caporalato e dal rispetto dei diritti dei
lavoratori: tutto ciò è Cassibile.
Aggiungiamo poi il razzismo diffuso nella società italiana che trova
numerose diramazioni persino nei paesini più piccoli o nelle frazioni
come questa, sviluppatasi nel secolo scorso grazie all’immigrazione
interna, con l’insediamento dei braccianti di mezza Sicilia che si
spostavano per lavorare nei campi del Marchese di Cassibile.
Quest’anno, molti dei migranti che sono fuggiti da Rosarno e sono
arrivati a Siracusa, cercheranno lavoro a Cassibile, facendo magari
aumentare di qualche centinaio le 400 presenze che annualmente giungono
nel piccolo centro agricolo del siracusano. Comune e Provincia, che su
questo tema, di norma, non vedono, non sentono, non parlano, anche
quest’anno proveranno, di sicuro a proporre soluzioni emergenziali
improvvisate e inutili. Si cercherà di dar voce ai rappresentanti
circoscrizionali di Cassibile, che come ogni anno verranno a
raccontarci il loro carico di stereotipi razzisti, di paure illogiche,
di chiusure mentali che avranno l’effetto di spingere gli
amministratori locali a non deludere gli abitanti di questo popoloso
quartiere di Siracusa, gli stessi che hanno iniziato una battaglia per
l’autonomia, e ad assecondarne ogni rozzo volere per non perdere appeal
elettorale. Ovviamente sulla pelle dei migranti, lasciati alle loro
condizioni terribili, a vivere all’aperto sotto gli alberi nei campi,
oppure nei casolari abbandonati, alla mercé di chiunque e soprattutto
dei balordi con i ciclomotori, sempre pronti a dimostrare di chi è il
territorio. E purtroppo non solo quello di Cassibile.



