Berlino, 9 novembre 1989. E’ una delle giornate della Libertà, quella simbolo del crollo dei regimi comunisti nell’Est Europa. Il 9 novembre di ventuno anni fa, infatti, aveva immediata esecuzione l’ordine per il quale ai cittadini di Berlino Est sarebbe stato consentito di oltrepassare quel muro, eretto 28 anni prima, per raggiungere Berlino Ovest. Una conquista che divenne una festa: ci si poteva muovere liberamente, senza divenire bersaglio della guardie comuniste e rischiare la vita, senza dover trattenere il fiato passando nei tunnel sotterranei per raggiungere l’altra parte della capitale tedesca.
Ventuno anni fa, quindi, Berlino, oggi la quinta città più popolosa d’Europa, diveniva scenario di un momento epocale. Una svolta corale della Germania verso l’unificazione dei suoi cinque stati federali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia), completatasi nell’ottobre del 1990. Una svolta corale dell’Europa verso la Democrazia e la condanna di ogni totalitarismo. Un passo condiviso cui contribuirono Solidarnosc (“Solidarietà”), il sindacato autonomo dei Lavoratori guidato da Lech Walesa Premio Nobel per la Pace nel 1983 e presidente della Polonia negli anni 1990/1995, la Perestrojka (politica di “ristrutturazione”) e la Glasnost (la trasparenza e l’insieme delle riforme avviate dal 1986 nell’Unione Sovietica) di Mikhajl Gorbacev, ultimo Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Premio Nobel per la Pace nel 1990. Centrale anche il ruolo di Papa Giovanni Paolo II.
Figlia della Grande Storia del secolo ormai scorso, è la piccola storia lunga 28 anni della striscia di calcestruzzo sotto il cielo di Berlino. Una piccola storia che, nel suo concludersi, ha dichiarato Pace alla Guerra e ha rivendicato spazio vitali per i Diritti e la Democrazia. Quegli spazi che l’abbattimento del muro ha, simbolicamente, ma non solo, restituito.Il muro, emblema di una storia di divisione e negata libertà, era diventato breccia di speranza che rivitalizzava un terreno bruciato dai totalitarismi e dalle dittature. Oggi il senso dell’abbattimento della Cortina di Ferro si arricchisce di implicazioni storiche, politiche e sociali e questa giornata diventa occasione per un’eco di idee senza confini. Il messaggio di affermazione di Diritti e Democrazia, ancora ignorato in molte aree del mondo, di abbattimento di barriere visibili come un filo spinato o il calcestruzzo, ancora presenti nella quotidianità di popoli e persone di molti luoghi tra cui la Palestina, diventano anche emblemi di altre barriere.
Quelle più insidiose, per l’assenza di fattezze visive, ma più perniciose per la consistenza e la recrudescenza di ostacoli mentali. In una parola, pregiudizi covati nella mente, prima che nella politica e nel modus vivendi di un’intera comunità. Quello stesso pregiudizio che non si radicò a Berlino dove in piena guerra fredda, all’indomani della costruzione del muro, si fu in grado di trasformare lo stesso in un luogo di costruzione e condivisione di idee di libertà, in una tela a cielo aperto su cui già nel 1990 dipinsero artisti di 21 paesi. Un luogo che univa invece di separare.Il destino di divisione di Berlino fu segnato durante la Conferenza di Yalta, all’indomani del Seconda Guerra Mondiale, quando il suo territorio fu politicamente smembrato in quattro settori assegnati per la parte più estesa all’Unione Sovietica, per il resto alla Francia, agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Questi tre settori, anche se indipendenti, ricadevano di fatto nel territorio della Germania Ovest circondato dalla Germania Est, dunque la libertà di circolazione in questa zona divenne, con l’incalzare della Guerra Fredda, nulla. La costruzione del muro, oltre 100 chilometri di cemento armato con tre metri e mezzo di altezza e simbolo della dittatura comunista, non divideva solo Berlino ma separava anche la Repubblica Democratica Tedesca dalla Repubblica Federale tedesca e rappresentava la contrapposizione, in Europa e nel mondo, tra Unione Sovietica e Blocco Occidentale.
Esso tagliava oltre 190 strade berlinesi e avrebbe dovuto proprio impedire il transito dei cittadini da una parte all’altra della città. Prima della costruzione del muro oltre due milioni di persone emigrarono dal settore sovietico agli altri. Dopo la sua costruzione solo circa cinquemila riuscirono nell’attraversamento. Migliaia le persone arrestate nel tentativo di oltrepassarlo, centinaia quelle uccise o solo ferite dalle guardie tedesche. Per molti il salto nell’”altra Berlino” fu violentemente stroncato. Oggi vi sono croci a memoria dei tentativi di passaggi sfociati in tragedie. Tra queste anche quella di Peter Fechter, lasciato morire a diciotto anni proprio sulla striscia della morte e poi quella di Chris Gueffroy, l’ultimo ad avere trovato la morte al di là del muro. La costruzione del muro era iniziata nell’agosto del 1961. Il filo spinato venne presto sostituito dal cemento armato che rimase poi l’elemento portante dei successivi interventi fino alla costruzione di una recinzione che, soppiantando la prima, si compose anche di una frontiera interna al muro drammaticamente nota come “la striscia della morte”.Il muro rappresentava, dunque, una barriera tra Stati, tra ideologie e tra persone che tuttavia, non ha cancellato idee, valori, principi e sogni. Gli stessi che in fermento dall’Ungheria, dove la cortina cominciò ad essere smantellata nell’agosto del 1989, viaggiarono passando per Berlino nel novembre dello stesso anno prima di giungere a Bratislava, attuale capitale della Slovacchia, dove il 16 novembre 1989 ebbe luogo la prima manifestazione studentesca non violenta; era l’atto di avvio di quella che sarebbe passata alla storia come la Rivoluzione di Velluto, eredità della Primavera della magica città di Praga, attuale capitale della Repubblica Ceca, soffocata nel sangue nel 1968.
Un percorso inverso di liberazione dopo quello di invasione della Germania nel 1953 e l’Ungheria nel 1956. Il muro fu, quindi, tappa fondamentale del crollo dei regimi comunisti insediatisi in tutti paesi ad Est dell’Europa e del processo di costruzione di Democrazia in ogni angolo del continente. Un processo che, ancora oggi, non può considerarsi pienamente compiuto.Del muro oggi restano solo frammenti a Berlino come in altre città dove sono stati eretti alla Memoria. Resta vivo anche il monito di un presente libero dalle barriere di cemento, come dai pregiudizi. Anche da ciò si è ancora troppo lontani.



